Troppa immigrazione o troppe chiacchiere?


Immigrazione e sbarchi inItalia - Postiamo.org

di Redazione 

Chiudete gli occhi e immaginate la scena.

Una nazione relativamente piccola che per motivi geografici si trova a poca distanza da un territorio in preda alla guerra, alla fame e all’incertezza. Un flusso migratorio senza precedenti e potenzialmente ingestibile. L’impossibilità di controllare tutti i confini e il virtuale tracollo sociale del Paese ospitante.

Sembra in tutto e per tutto l’Italia di oggi, vero? E invece no, stiamo parlando della Svizzera di settant’anni fa, quando a partire in massa erano gli Italiani per via del regime fascista e delle deportazioni.

A che scopo confrontare le due situazioni? Per tacciare l’Italia odierna di disumanità e obiettare leziosamente che siamo sempre stati un popolo di migranti, rievocando magari le imprese di Colombo e i viaggi di Marco Polo? No, troppo semplice; e soprattutto inflazionato. Semmai, per capire in che modo uno Stato come la Svizzera abbia affrontato quel momento storico e sia riuscito a integrare temporaneamente il nugolo di espatriati nostrani che cercavano la salvezza oltreconfine.

Primo aspetto da considerare, il pragmatismo silenzioso. La Svizzera non si è abbandonata a strepiti inutili, non si è trincerata tra i cantoni respingendo le migliaia di profughi in arrivo, ma ha preso atto della situazione in corso e ha agito di conseguenza.

Obiezione, vostro onore; e se ci fossero stati dei malavitosi italiani a capo di una tratta organizzata dei profughi dietro compensi esorbitanti? Irrilevante, si trattava solo di non superare il livello di saturazione che avrebbe decretato un disagio sociale per gli abitanti locali.

Secondo punto, l’aspetto temporaneo dell’accoglienza. Forse qui può aiutare un ragionamento sulla nostra pelle. Se di punto in bianco fossimo costretti a rifugiarci in un altro Paese, vorremmo rimanerci per sempre? A eccezione di Cesare Battisti, la risposta sarebbe perlopiù un no secco. Perché dunque non dovrebbe valere anche nello scenario attuale? Aspettiamo che si creino le condizioni adatte per il rimpatrio di chi scappa, favorendole ovviamente il più possibile per via diplomatica.

Nota a margine sul secondo punto; i cosiddetti clandestini, cioè chi non scappa da una guerra, non costituiscono un problema in questo quadro, perché stare al di sotto del summenzionato livello di saturazione fa sì che si aiuti in fretta e si rimandi indietro chi può sopravvivere con dignità nel proprio Paese. Se in Svizzera, poniamo caso, fosse arrivato in quel frangente drammatico un cittadino svedese in cerca di fortuna e se per assurdo non ci fosse stato spazio per lui nel lungo periodo, è evidente che sarebbe rimasto per poco. Con buona pace dei buonisti svizzeri dell’epoca.

Terzo e ultimo tema, il lavoro. C’è uno spettro che si aggira per l’Europa e no, non è il comunismo stavolta; è l’ipocrisia. Il benessere del terzo millennio, comunque la si pensi, ha forgiato una realtà dominata dal progressivo allontanamento da determinati lavori, se non per estrema necessità; domestiche e badanti rappresentano il caso più vistoso. Così come gli immigrati italiani passavano le giornate nei frutteti elvetici a raccogliere le mele, senza che nessuno si scandalizzasse gridando allo schiavismo, niente impedisce che le istituzioni di oggi incanalino la potenziale manodopera sbarcata sul territorio verso i settori che più ne hanno bisogno, in particolare quello agricolo. Sarebbe utile creare subito un portale digitale dove gli imprenditori possano inserire le offerte di lavoro che, se crediamo alla cronaca, nessuno vuole fare; priorità di una settimana ai cittadini italiani, dopodiché, se l’offerta resterà vacante, i profughi potranno sceglierne una. Lavoro fa rima con integrazione.

È un inno allo sfruttamento, dice qualcuno? Appena finisce di mangiare il pomodoro che ha raccolto ieri un bracciante somalo sottopagato, ne riparleremo con più calma. Altrimenti passiamo direttamente alla conclusione.

Tutto questo per dire che cosa? Che a volte servirebbero meno parole e più fatti, per quanto questa sia in effetti una considerazione piuttosto banale. Allora diciamo che ogni tanto sarebbe bene ricordarci che c’è chi ha già fatto quello che noi oggi non ci prendiamo la briga di fare, senza protestare e senza santificarsi. Vogliamo davvero che la nostra Italia sia da meno degli altri?

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