Huawei: ecco il punto della situazione


di Ramona Cannea

Durante la settimana scorsa, i media hanno preso una piccola pausa dalle notizie sulla campagna elettorale. Tra le notizie sulle elezioni europee e amministrative si è fatto spazio il bando imposto dagli USA all’azienda cinese Huawei.

I toni? Più o meno allarmistici, soprattutto riguardo al destino degli utenti Google in possesso di dispositivi Huawei e Honor.

L’ultima crociata degli USA è nei confronti della nuova tecnologia 5G e dei dispositivi cinesi che la supporteranno. A detta del governo americano, questi potrebbero essere utilizzati dalla Cina per infiltrarsi nei sistemi di sicurezza dei paesi che li accoglieranno. Da qui si è arrivati alla decisione del blocco alla Huawei.

Di fatto, gli Usa intendono sia impedire alla Huawei l’impiego di componenti prodotti negli Usa, sia frenare le stesse aziende americane dal fare affari con l’azienda cinese. Da qui l’annuncio di un’azienda come Google di dover seguire le disposizioni del proprio governo e di dover sospendere gli accordi di fornitura di software e servizi con il colosso asiatico.

Molti giornali hanno riportato la notizia assumendo che, in alcuni casi, gli utenti già in possesso di cellulare Huawei e Honor non avrebbero potuto più utilizzare il proprio sistema operativo Android sviluppato da Google. Si è poi precisato che il problema sarebbe sorto nell’immediato solo per i telefoni nuovi di fabbrica e non ancora in commercio.

Il fioccare di fake news, da parte di siti non attendibili, rimane abbastanza insistente.

Dopo alcuni giorni di allarmismo abbastanza diffuso, è arrivato un passo indietro del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, che ha posticipato il provvedimento di 90 giorni per salvaguardare gli utenti ed evitare loro dei problemi nell’immediato futuro.

Ma questo slittamento nasconderebbe la paura di ritorsioni immediate.

La Cina, infatti, avrebbe velatamente minacciato gli USA di congelare l’export di terre rare, composte da un insieme di elementi chimici e utilizzate nell’industria hi-tech per la costruzione di dispositivi tecnologici. Gli USA, grandi importatori di questi materiali, si troverebbero a un bivio.

Gli altri territori con riserve di terre rare sarebbero, in una certa misura, l’Africa – che è comunque sotto l’influsso diretto della Cina: basti pensare che ad oggi l’unico paese africano non aderente al Forum sino-africano è lo Swaziland -; l’Australia, che non avrebbe comunque le riserve sufficienti per appagare il fabbisogno degli USA; e una zona del Caucaso asiatico, sotto influenza diretta del competitor russo.

La prossima mossa degli USA, che probabilmente non si farà attendere a lungo, calcolerà un altro tipo di attacco all’economia cinese; probabilmente ricercando la sponda di nuovi alleati in Europa.

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