Rizomi culturali: come affrontare le sfide del multiculturalismo armati della “filosofia del mughetto”


di Riccardo Piccolo

riżòma s. m. [der. di riz(o)-, col suff. -oma] (pl. -i). – In botanica, fusto perenne per lo più sotterraneo, proprio delle piante erbacee di climi con netta stagionalità come l’iris o il mughetto. Ha un aspetto che ricorda quello della radice, dalla quale però si distingue perché in grado di spiegarsi in molteplici internodi e di sviluppare nuove piante.

Verso la fine del suo ciclo di dominazione, l’Impero romano fu scosso da un conflitto interpretativo che toccava lo statuto stesso del reale. I cristiani rivendicavano un’altra concezione di mondo, una visione incompatibile con quella portata avanti da una società pagana che si fondava sul culto degli dèi e su di una religiosità che era parte integrante della res publica. Ciò che l’esistenza di quella minoranza in ascesa stava producendo, e di cui molti imperatori si resero subito conto, era una vera e propria minaccia dell’ordine politico, la messa in discussione di principi considerati universali, sacri ed inviolabili.

Questo esempio di storia romana è paradigmatico. Lo è in quanto ci mostra come conflitti che spesso paiono puramente ideologici, hanno in realtà come risvolto un problema molto concreto e di carattere politico. Infatti, la questione a cui dovettero far fronte i governatori romani del IV secolo (come Costantino e Giuliano l’Apostata), pur nelle loro diverse soluzioni, consistette nel capire in che modo potessero coesistere in uno stesso Stato degli individui che tuttavia non condividevano il medesimo sistema di valori fondamentali. 

Come potrebbero sottomettersi alle stesse leggi, cittadini che occupano uno stesso territorio ma che non abitano lo stesso mondo? In casi come questi, il discorso pubblico diventa impraticabile, l’accordo irraggiungibile e la verità si svuota del suo valore regolatore. L’ineluttabile effetto è perciò lo scatenarsi dell’orrenda stasis (o, come scrive Raffaele Ventura nel suo ultimo testo, la guerra di tutti).

Un simile problema lo viviamo anche noi oggi, cittadini del moderno Stato liberale messo in ginocchio dall’avanzare di nuove potenze economiche e militari, dalla globalizzazione e dal tanto discusso fenomeno dei flussi migratori. “Universalismo dei valori”, “radici culturali”, “identità nazionale” sono termini molto chiacchierati, ma restano ancora attuali in un contesto come questo, di comunità intrinsecamente multiculturali e multietniche? Oppure sono categorizzazioni che hanno fatto il loro tempo e che perciò meritano di essere sostituite? Quali soluzioni governative garantirebbero una pacifica convivenza tra le svariate minoranze e la maggioranza al potere? Quali provvedimenti sono i più etici e quali i più pragmatici? 

Questi, gli interrogativi che molto schiettamente, Guy Debord già nel 1985 aveva sintetizzato con la domanda: “bisogna assimilarli [ai principi occidentali] o rispettarne le diversità culturali?”

Una possibile risposta prevede come soluzione la rieducazione forzata delle minoranze reticenti ai principi universali (della maggioranza) che conduce all’omologazione dell’individuo e garantisce la saldezza della nazione. Così successe in Europa con il cristianesimo e poi con il liberalismo e i totalitarismi; ma forse l’Occidente non ha più né la forza né il diritto di imporsi in questo modo. Un’alternativa concepisce invece l’esistenza di uno spazio politico per la convivenza del molteplice: una forma di tolleranza ancora più radicale di quella liberale, in grado di garantire il miglior compromesso possibile tra visioni divergenti; ma forse l’Occidente non ha ancora né il coraggio né la lungimiranza di concepirsi in questo modo.

L’Europa ha scoperto l’esigenza di dialogare con le altre civiltà da quando non è stata più in grado d’imporre con la forza la propria ragione. Ha giustificato il suo predominio con il possesso di valori assoluti come i diritti umani o la democrazia, che pretende di incarnare e che si sente in obbligo di diffondere. Crede che questi principi universali debbano venire accolti da ogni essere dotato di ragione, ma questa ragione è in realtà lo specifico risultato della sola storia intellettuale europea, come lo è la nozione stessa di universale che ad esempio in alcune culture, come quella cinese, nemmeno esiste. Di fatto l’Europa ha preferito affrontare questi cambiamenti epocali, arroccandosi in nome di una certa idea di libertà su principi ormai divenuti incompatibili con la convivenza tra gruppi con storie e culture differenti. L’universalismo non tollera la differenza; il liberalismo non accetta coloro che rifiutano di essere liberi.

Il filosofo e sinologo francese François Jullien ha mostrato in una recente pubblicazione, L’identità culturale non esiste, come allo sguardo genealogico nozioni quali universalità, e la coppia identità/differenza rivelano una stratigrafia composita ed eterogenea di significato che ne cela, come su di un palinsesto, un passato di violenta imposizione. Allora Jullien ci segnala che, per porre le basi di un possibile dialogo fra le civiltà, occorrerebbe affrontare la loro varietà in termini non di differenza, bensì di scarto. La sorte della differenza è inesorabilmente legata a quella dell’identità, perché i due termini sono facce della stessa medaglia, l’una non esiste senza che l’altra la completi. Ragionare in termini di identità, infatti, significa in prima battuta circoscrivere, tracciare i confini, isolare qualcosa; e nel caso di un oggetto come la cultura, essenzialmente mobile e sfuggente, trovarne un definizione definitiva sembra essere alquanto illegittimo.

A mio parere, qui c’è in gioco più di quello che potrebbe apparire. Non crediate all’innocenza delle parole, perché non sono mai solo parole. Esse sono prima di tutto il riferimento di modalità di pensiero, strutture e paradigmi logici entro i quali si esercita la nostra azione sul mondo. Detto ciò, allora, va trovata un’alternativa più feconda alle parole ed al pensiero della differenza. Quello di cui siamo alla ricerca è un pensiero nomade ovvero non-radicato, capace di agire nell’ambito della distanza e che inneschi l’uscita dal brutale meccanismo definitorio. Se nella differenza, una volta fatta la distinzione, ognuno dei due termini dimentica l’altro e resta chiuso nel proprio specifico, la più fruttuosa concezione dello scarto portata avanti da Jullien, ha il pregio di fare sì che la distanza tra i termini si trasformi in una tensione positiva, lasciando aperta la ricchezza del confronto.

La cultura è sempre un “tra” (metaxu), non fissabile. L’immagine delle radici identitarie e culturali e dell’universalismo omologante allora non è più efficace, perché non è in grado di operare adeguatamente come ideale verso cui tendere. Si limita a guardare i confini del fenomeno e non alle sue risorse, alle sue potenzialità. «La radice ci fa deviare dalla rappresentazione storica». Le risorse che emergono dallo scarto tra più culture, invece, si misurano in base agli effetti, non sono imposizioni universali che fanno violenza all’altro: esse non si possiedono, sono a disposizione, pronte per essere attinte.

Due filosofi francesi del novecento, Deleuze e Guattari, ci hanno fornito nei loro scritti uno strumento che credo si dimostrerà utilissimo alla risoluzione del nostro impasse. Essi adottarono come metafora per definire il loro stile di ragionamento l’immagine del multiforme rizoma, alternativa a quella della salda e gerarchica radice. Una concezione rizomatica del pensiero, come la definirono loro, ha fondamentalmente il carattere di consentire una circolazione aperta fra concetti, che favorisce percorsi differenziati e connessioni inedite. Quello proposto è un modello semantico capace di stabilire connessioni produttive in qualsiasi direzione, senza creare gerarchie di sorta e senza cristallizzare i concetti per succhiarne via la carica vitale. Al contrario, il modello delle radici tipico della filosofia tradizionale (a partire dall’idealismo hegeliano), procede linearmente nella classificazione dei fenomeni e si sviluppa per contrasto seguendo rigide categorie binarie: umano contro animale, cittadino contro straniero, noi contro loro, uomo contro donna.

E allora iris, curcuma e zenzero! Viva la filosofia del mughetto e abbasso carote, barbabietole e rape (radici buone solo da mangiare), affinché il senso tradizionale dell’univocità del significato e la definizione dialettica del concetto venga spazzata via da un nuovo modo di pensare il molteplice e il difforme. “Un giorno, forse, il secolo sarà deleuziano”, scriveva Michel Foucault, e la cultura del rizoma, ovvero la non-relazione dello scarto, ci fornirà il modo di pensare quel “tra” che è la cultura. Intanto a noi non resta che resistere alla violenza delle parole mistificatorie.

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