Ritorno a Itaca. un’opinione sulla vicenda di Silvia Romano


Sono due gli avvenimenti su cui, nelle scorse settimane, i riflettori dell’opinione pubblica hanno puntato la loro luce (anche se mi verrebbe da dire il loro buio): la riapertura del Paese dopo il lockdown degli ultimi due mesi e il ritorno in Italia di Silvia Romano, liberata dopo 18 lunghi mesi di prigionia. In fondo, si tratta di due forme di ritorno molte diverse tra loro, ma su cui credo si possa riflettere parallelamente.

Fuori dalle nostre case c’è un mondo che aspetta di tornare a pulsare, o che forse non ha mai smesso di farlo e che aspetta soltanto di tornare ad essere vissuto. Può anche darsi che il mondo là fuori non stia aspettando proprio nulla e che abbia continuato a scorrere anche senza di noi. Panta rei, sosteneva Eraclito. L’idea umanistica di uomo come centro palpitante dell’universo ci ha fatto forse dimenticare che le cose esistono anche senza di noi, senza il nostro intervento produttivo e attivo su di esse. 

Allora, mi chiedo, come torneremo a rapportarci con il mondo e con gli altri dopo questo periodo di allontanamento? Siamo davvero cambiati? Riprenderemo le nostre vite esattamente da dove le avevamo interrotte? Forse sì, magari con qualche consapevolezza in più. La consapevolezza, per esempio, di non essere indispensabili all’universo, ma di essere reciprocamente necessari l’uno per l’altro. Di essere un grande sistema che si muove in sincrono, sulla base di un equilibrio fragile che dobbiamo impegnarci a preservare. 

Eppure, gli attacchi vili, violenti, misogini e tutto l’odio riservato a Silvia dopo la sua liberazione, mi hanno fatto ricredere sulla possibilità di un un’umanità cambiata dopo questa pandemia. 

Mi sono resa conto di quanto la paura possa divorare anche il cuore più puro fino a trasformarlo; di quanto ci piaccia avere martiri da piangere o eroi senza macchia da esibire e per cui provare orgoglio, piuttosto che persone di cui ascoltare la storia con empatia. Di quanto sia facile dire: “non ho nulla in contrario, ma se ci fossi stato io al suo posto non mi sarei comportato così”. Ho capito che forse ci piacciono solo le storie che vanno a finire come vogliamo noi e che accettare l’Altro, e basta, è l’impresa più difficile per l’essere umano.

La parola che mette in relazione questi due eventi, a mio parere, è una: rispetto. Rispetto è una parola densa, talvolta abusata, talvolta ignorata, ma sempre così imprescindibile nelle relazioni umane e nel nostro rapporto con il mondo. Rispetto per l’alterità, che ci sorge davanti agli occhi e che non deve essere consumata dal nostro sguardo, né trascinata a forza nel nostro orizzonte di pensiero. 

Nel quotidiano commercio con il mondo tendiamo a volerci appropriare delle cose con una violenza a volte silenziosa, ma sempre brutale. Troppo spesso tendiamo persino ad appropriarci della vita delle altre persone, con giudizi implacabili che si basano solo su una proiezione di noi stessi sull’Altro. Perché dall’Altro ci attendiamo sempre qualcosa e proviamo un risentimento profondo se queste aspettative vengono disilluse.

Il ritorno di Silvia Romano in Italia e il nostro ritorno nel mondo sono due forme di “nostos” molto diverse tra loro. Quello di Silvia è un ritorno a casa, dopo mesi di prigionia, lontana dai propri affetti e dall’amore dei suoi genitori. E su questo ritorno ci stiamo permettendo tutti di dire la nostra, ci sentiamo autorizzati e addirittura obbligati a farlo (è quello che, d’altronde, sto facendo anche io). Invece, non ne abbiamo proprio alcun diritto. 

Non abbiamo il diritto di accusarla, umiliarla, rinnegarla e nemmeno quello di sindacare sulle sue scelte; così come non abbiamo il diritto di sfruttare la sua immagine e la sua storia per far sapere al mondo quanto siano larghe le nostre vedute. 

Dovremmo soltanto avere rispetto, quel rispetto che aveva Cézanne mentre dipingeva la montagna Saint Victorie. Un rispetto per l’alterità come tale, che va costituendosi davanti i suoi occhi e che Cézanne sceglie di dipingere senza forzarne il silenzio, restituendone così quel grado di inaccessibilità che sfugge ai più. Il poeta Rainer Maria Rilke, con un’immagine molto allusiva, ci aiuta a capire meglio l’atteggiamento rispettoso di Cézanne nei confronti della realtà: «come un cane restava seduto là davanti e, semplicemente, guardava».

Il desiderio di etichettare la realtà, nel vano tentativo di renderla più comprensibile, ha come esito quello di renderci ciechi di fronte ad essa, incapaci di vedere oltre il velo che la ricopre come un sudario. Potremmo, invece, compiere uno sforzo ulteriore e fare un passo indietro, permettendo così alla realtà di dipanarsi di fronte a noi per quella che è, senza giudicarla. Avere la pazienza e aspettare che cose e persone abbiano un tempo e uno spazio sicuri per poter nascere o rinascere.

Per questo, spero che il nostro ritorno nel mondo avvenga in punta di piedi e che sia delicato. Anche se questa delicatezza avremmo già dovuto riservarla a Silvia che, scesa da quell’aereo, doveva ricevere da noi niente di più che una carezza. Bentornata nella tua Itaca, cara Silvia. Bentornata in questa Patria che non ha saputo accoglierti come meritavi. Ma soprattutto ti auguro buon viaggio… per quando ti sentirai pronta e proverai il desiderio, proprio come Ulisse, di riprendere il mare.

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