Il populismo 2.0: tra pancia e istituzioni


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di Luca Ferrara

Potremmo definirlo “neopopulismo” ma sempre di populismo stiamo parlando. Cosa cambia rispetto ai precedenti?

La rete.

In un mondo liquido, incerto, catapultato nel mare aperto della globalizzazione, fare leva sulle paure del popolo è oggi molto più facile, bastano tweet rabbiosi e post prevaricatori. Il linguaggio è estremamente semplice, come del resto in tutti i populismi. 

Quello del partito della Lega sfrutta in più il beneficio del dubbio.

Non bisogna dimenticare che le parole sono trappole, e che una certa parte di pubblico – privo di strumenti adeguati per affrontare il nuovo mondo – le decodifica in un senso solo.

Chi in politica scommette e investe sulla paura lo sa benissimo, conosce il suo pubblico, i suoi bisogni, ciò che quest’ultimo vuole sentirsi dire; ciò che aspetta di leggere, di ricondividere con entusiasmo rabbioso e foga vendicativa.

Ma il politico populista 2.0 è allo stesso tempo fastidiosamente incastrato nel contesto democratico-istituzionale. Non può condividere online tutto quello che vorrebbe, come lo vorrebbe. Cosa fa allora? Lo lascia intendere.

Prendiamo in considerazione la figura del ministro dell’Interno Matteo Salvini: un attante che si fa spesso doppio attore. Uno dei due è finto, ma non si capisce mai quale.

Come funziona questo approccio online?

Ragionando prettamente sul piano della comunicazione, consideriamo per esempio la giornata di giovedì: la Festa della Liberazione.

Il ministro twitta una foto con i pompieri. Nessuna presa di posizione, nessun post di solidarietà, nessun riferimento all’Anniversario per il suo significato. Solo alcuni tweet a Palermo “onorando chi ogni giorno combatte in prima linea per la liberazione da tutte le mafie. State con me. #25aprile”.

L’hashtag #25aprile sarebbe potuto essere sostituito con un consueto #26aprile, #27aprile o 30, poco sarebbe cambiato.

Quello che si aspettava la parte più radicale dei “seguaci” del ministro è qualcosa che non può, evidentemente, essere condiviso pubblicamente. Si opta allora per l’ambiguità e si sceglie di “non parlarne”, incarnando l’opposto del “chi tace acconsente”.

Chi tace, sui social, non acconsente. Nel senso che “non riconosce”.

Il legame forte tra il ministro e parte dei suoi follower è costruito sulla logica del: “Tu sai, io so. Sappiamo entrambi, ma non lo possiamo dire.” 

Lasciamolo intuire, allora.

Il politico populista 2.0 riesce ad aizzare i suoi sostenitori più vivaci, pur rimanendo sulla soglia del “pubblicamente accettabile”. Si ripropone il solito schema: un solo messaggio, due interpretazioni – esplicitamente volute -, due attori dello stesso attante. Uno più irruento, che parla di pancia; l’altro più istituzionale e serioso.

Un attore può sempre giustificare l’altro, e viceversa.

Nel merito delle politiche, non si sa mai con certezza quale dei due stia parlando o agendo. Il politico iroso, o quello ufficiale? 

Questa dicotomia si ripete sistematicamente e non si può mai dire quando egli sia finzione dell’iracondo, o maschera di quello istituzionale

Si può solo intuire, e quindi, soltanto interpretare.

Il messaggio diventa così un enigma dalla doppia risoluzione che l’opinione pubblica risolve e completa come più gli piace. Il risultato? Se ne parla senza tregua.

Il populismo della Lega è riuscito così a convincere parte della destra più moderata senza perdere il feeling con quella più estrema, che interpreta appunto la medesima comunicazione nel modo a sé più congeniale.

Quanto durerà il populismo 2.0 tra realtà e finzione?

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