Piazze infuocate dal Medio-Oriente al Nord-Africa: una nuova Primavera araba alle porte?


di The White Wolves

Da sempre terra politicamente instabile e patria di numerose “rivoluzioni popolari”, l’ultima grande ondata di proteste risale al 2011, la famosa Primavera araba. Ora, in molti di quei Paesi, nuovi movimenti si stanno facendo avanti per portare a un cambiamento.

Verranno qui di seguito presi in considerazioni 3 casi: Libano, Egitto e Algeria.

Libano

Come primo caso, il Libano è un paese che ha sempre mantenuto una crescita attorno al 9%, non senza crisi economiche, ma sostenuta in gran parte dal settore bancario – cuore centrale dell’economia del paese. Ciononostante, si ritrova ad avere un debito/PIL al 152% e presenta difficoltà a mantenere i servizi pubblici essenziali come l’energia elettrica. Ogni giorno, infatti, le forniture di elettricità vengono interrotte per 3 ore, in alcuni casi fino a 6 ore.

Il 25% della ricchezza è detenuta dall’1% della popolazione, creando sacche di povertà nelle quali il 25% della popolazione vive in povertà assoluta.

Dopo l’annuncio del governo della tassa sulle chiamate di Whatsapp, i libanesi sono scesi in piazza e, in tredici giorni, hanno ottenuto le dimissioni del primo ministro Saad Hariri. Ma le proteste proseguono.

Egitto

Il 21 settembre, anche in Egitto la popolazione è scesa in piazza (Tahrir) per manifestare contro il presidente (Abdel Fattah al-Sisi), il quale ha attuato negli ultimi anni una politica di repressione della libertà di stampa. Nonostante l’Egitto sia in fase di crescita economica (negli ultimi anni ha sfiorato il 5%), anche qui la ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di pochi, esasperando le disuguaglianze. Il regime ha risposto con estrema violenza alle proteste: dopo 1.800 arresti in 7 giorni, il malcontento potrebbe essere pronto ad esplodere nuovamente.

ALGERIA

Terzo caso. Dal 22 febbraio, ogni martedì, il popolo algerino si ritrova a manifestare per chiedere un processo di cambiamento credibile verso istituzioni più democratiche. Da anni, infatti, l’Algeria è governata dall’esercito, che tiene in pugno tutte le istituzioni del paese

Il motore di questa protesta pacifica sono i giovani algerini, che vorrebbero un graduale cambiamento. Nonostante le dimissioni del presidente ultraottantenne Bouteflika le proteste continuano e le nuove elezioni, previste per il primo di dicembre, presentano due candidati entrambi graditi al regime militare.


Siamo di fronte ad una nuova primavera araba?

Ci sono delle evidenti analogie con il 2011, ma a uno sguardo più attento non sfuggono delle differenze fondamentali – come la mancanza di partiti religiosi a capo della protesta. Inoltre, le proteste della primavera araba sono, in pochi mesi, sfociate nel disordine; e ciò non sembra accadere nelle piazze di oggi. Tuttavia, regimi e governi tendono a reprimere con minor violenza queste proteste ed avviare un dialogo riformista.

Quel che è sicuro è che anche queste nuove proteste trovano un ampio consenso nelle popolazioni, e sono dotate di elevato potenziale politico. Esiste la possibilità che queste proteste possano avviare un dialogo con i governi ed i regimi, facendo così un passo verso una ridefinizione degli assetti politici in Medio Oriente e nel Nord Africa.

Più probabile è che queste proteste portino soltanto a nuove intermittenti repressioni, o a un’ulteriore radicalizzazione religiosa dei governi. In ogni caso, siamo difronte ad una cambiamento della geografia politica del Medio-Oriente e del Nord Africa, rispetto alla quale l’Occidente non potrà evitare il confronto.

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