Perché la cittadinanza italiana è diventata un premio?


cittadinanza italiana Rami

di Ramona Cannea

È di pochi giorni fa la notizia dell’attentato all’autobus di Milano, sventato grazie al sangue freddo di alcuni dei bambini a bordo che sono riusciti a contattare le forze dell’ordine. Il solo cellulare nascosto all’attentatore, che aveva dato l’ordine al personale scolastico di sequestrarli tutti, ha consentito il salvataggio.

Tra questi bambini c’era Rami, trascinato (suo malgrado) al centro del dibattito pubblico per il suo eroismo e, poco dopo, per una questione che continua ad affollare i media: è atto dovuto concedergli la cittadinanza italiana per le sue gesta?

Rami, infatti, nonostante sia nato, studi e risieda in Italia da tutta la vita non è ancora un cittadino italiano: sottolineato “ancora” dato che, al compimento dei 18, potrà regolarmente avviare l’iter burocratico per diventarlo.

Ogni volta che uno straniero compie un gesto eroico, o comunque di servizio alla comunità, ecco che si riaccende il vecchio dibattito sullo ius soli. Si ricordi che la cittadinanza italiana si acquista “iure sanguinis“, cioè se si nasce o si è adottati da cittadini italiani, per citare quanto riporta il sito del Ministero dell’Interno. Non è dunque previsto dalla legge che un individuo nato sul suolo italiano ottenga automaticamente la cittadinanza del nostro paese.

Come capita su qualunque tema, ogni occasione è buona per riattivare le fazioni nemiche della nostra politica. Servizi televisivi, interviste e articoli “acchiappa commenti” vengono creati ad arte per attirare chi, pensando forse che lo ius sanguinis sia in pericolo, lo difende a spada tratta.

È lecito domandarsi perché la cittadinanza italiana debba essere vista come premio. E se anche lo fosse, perché alcuni devono guadagnarsela e altri no?

Ci sono tanti bambini come Rami e altri suoi compagni di classe – italiani di fatto – che vivono questa preclusione soltanto perché privi di un genitore italiano. In altri casi troviamo individui che, pur non avendo mai vissuto nel nostro paese, ne ottengono la cittadinanza solo e soltanto perché soddisfano quest’ultima condizione.

Sotto agli articoli che si interrogano sul destino di Rami, si può facilmente notare quanto il suo gesto sia stato sbrigativamente sminuito. Dopo il minimo accenno alla questione del rilascio della cittadinanza a lui e alla sua famiglia, improvvisamente il ragazzino non può meritarsela.

C’è chi, per superficiale analogia, tira in ballo le forze dell’ordine.. “e a loro nessun premio?!” – senza considerare che quello è un lavoro per cui sono addestrate e stipendiate. Altri commenti vanno da: “..e l’altro bambino italiano?! A lui niente?” al: “ma quale cittadinanza, non esageriamo! Dategli piuttosto una borsa di studio”, forse insinuando che la famiglia di Rami non possa permettersi di sostenere i suoi studi in quanto straniera.

Da italiana, sono amareggiata. Sono italiani anche quelli che hanno scritto questi commenti. Ma loro, probabilmente, sperano in iter burocratici sempre più lunghi e difficoltosi per gli stranieri. Per molti, il bambino ha smesso di essere un eroe solo perché ambisce ad ottenere ciò che i loro figli possiedono senza se e senza ma.

Perciò, se anche la cittadinanza italiana fosse un premio, che razza di premio sarebbe?

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