“Martin Eden” secondo Pietro Marcello


di Riccardo Piccolo

Uno dei rischi più grandi per un regista che si cimenta nell’adattamento cinematografico di un libro, è quello di creare un prodotto didascalico. Pietro Marcello arriva in concorso a Venezia 76 con Martin Eden, e ne esce a testa alta.

Il rischio di essere didascalici è ancora più grande quando il libro è una pietra miliare della narrativa: cioè l’omonimo Martin Eden di Jack London. Così il regista sceglie di elaborare il testo originale con la libertà tipica dell’artista sperimentale, e mettendo a frutto la sua grande esperienza. 

L’ispirazione al romanzo è liberissima fin dalla pronuncia del titolo: Eden si legge all’italiana, con la “É”, perché la storia viene trasferita dalla San Francisco originale a Napoli, facendo di luoghi e persone della metropoli partenopea una sorta di controcanto alle vicissitudini del protagonista.

La vicenda narra la costruzione e decostruzione di un marinaio-scrittoreproveniente dal popolo, ma con mire borghesi, in nome delle quali si districa tra diverse insidie. Lo spettro di finire demolito dal suo stesso progetto è sempre più tangibile.

La storia di Martin (magistralmente interpretato dal talentuoso Luca Marinelli) è quella di un uomo che pensa di potersi “salvare” grazie all’amore e alla scrittura, ma che finisce per naufragare nelle proprie illusioni, degenerando verso un male di vivere che è un feroce disincanto. Un atroce oblomovismo, che conduce alla consapevolezza di percorrere una strada senza uscita. 

Marcello, senza rinnegare il suo stile (di navigato documentarista), mette al servizio della narrazione fiction il linguaggio del documentario, realizzando, attraverso un montaggio esemplare, un connubio di intenso lirismo. Il film è punteggiato da immagini e materiale d’archivio (compresi frammenti del suo stesso cinema) inseriti per dar vita – insieme alle altre scene – all’eloquente contrappunto figurativo. Contrasto particolarmente evidente nello snodo del film in cui, in un campo lungo, l’immagine in stile “dagherrotipo” di un vecchio veliero che affonda, anticipa simbolicamente la prossima decadenza morale del protagonista. 

Ciò che ne risulta è un linguaggio di evocazioni e ricostruzioni provenienti da tutto un secolo, che contribuiscono a produrre l’effetto di una felice anarchia temporale, in cui ciò che è stato partecipa del presente. 

La grande consapevolezza del mezzo cinematografico permette a Marcello di sperimentare una serie di diverse procedure e artifici tecnici d’avanguardia, volti a rendere la sua opera ancora più personale e anticonformista. La ridefinizione cromatica del materiale d’archivio, il quale viene adattato alla temperatura emozionale che di volta in volta assume la scena, avvicina ancora di più allo spettatore i sentimenti vissuti dai personaggi, sfruttando processi di tipo sinestetico. 

Il montaggio a distanza sull’esempio del “mentore” Artavazd Pelešjan – secondo cui è necessario fare interagire a distanza i fotogrammi, anziché giustapporli gli uni con gli altri – permette di creare la forte tensione emotiva che attraversa l’intera pellicola. 

Infine, disseminando il film di elementi anacronistici (come per esempio la comparsa di automobili degli anni Settanta seguite, poco dopo, da soldati vestiti alla maniera delle camicie nere), si crea una complessa percezione del tempo. 

L’elemento cronologico, infatti, non va inteso tanto come sviluppo lineare, quanto piuttosto come visione spiraliforme, in cui passato e presente s’intersecano nella memoria di chi guarda, prendendo parte a una dimensione onirica che lambisce i limiti dell’atemporalità poetica.  

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