L’invincibile “Grande Torino” sconfitto solo dal fato


di Andrea Margutti 

C’era una volta una squadra capace di vincere cinque scudetti consecutivi e di guadagnarsi le simpatie di un’intera nazione, a prescindere dal tifo, per la bellezza del calcio proposto, l’umiltà e lo spirito operaio dei suoi giocatori.

Una squadra che simboleggiava la rinascita di un paese ancora parzialmente sepolto dalle ceneri della guerra e a cui bastava giocare un quarto d’ora al massimo delle proprie possibilità per aver ragione di qualsiasi avversario.

A volte, racconta qualche anziano all’ombra della Mole, sembrava giocassero volutamente in sordina.

Poi, all’improvviso, dagli spalti si alzavano tre squilli dalla tromba del tifoso Oreste Bolmida, capostazione a Porta Nuova.

Allora Capitan Mazzola si rimboccava le maniche e i giocatori granata si riversavano in massa verso la porta avversaria, segnando reti a raffica: sei in un quarto d’ora contro la povera Alessandria, sette in poco più di venti minuti contro una Roma rea di essere passata in vantaggio, quattro contro la Lazio in un’epica rimonta che vide i biancocelesti soccombere per 4-3 dopo essere stati in vantaggio di tre goal per tutto il primo tempo.

Un mix imbattibile di qualità, atletismo, intelligenza tattica e compattezza, reso incredibile dall’amicizia che legava i giocatori dentro e fuori dal campo: questo era il Grande Torino che dominò il panorama calcistico italiano dal 1943 al 1949 senza mai perdere una partita in casa.

Tra le colonne portanti di quella squadra leggendaria figuravano il portiere Bacigalupo, protagonista di un’alternanza con l’estremo difensore juventino Sentimenti IV, e i due terzini Maroso e Ballarin, autentici fuoriclasse.

In attacco invece, tra gli altri fuoriclasse, spiccavano i gemelli del goal Loik e Mazzola, prelevati in blocco dal Venezia nel settembre del 1943: veri e propri incubi per tutte le difese avversarie.

La fama del Grande Torino dilagò in breve tempo oltre i confini nazionali, e una sera di maggio del 1949 la squadra venne invitata a Lisbona per disputare un’amichevole contro il Benfica in occasione del ritiro del capitano lusitano Ferreira.

Con il campionato già in tasca, i giocatori granata si recarono in Portogallo per l’incontro e, nonostante la sconfitta, espressero anche in quell’occasione un ottimo calcio, apprezzato da tifosi e giocatori avversari.

Fu durante il viaggio di ritorno che avvenne una delle più drammatiche tragedie della storia dello sport italiano: quel fatidico 4 maggio 1949 l’aereo che trasportava l’intera squadra venne sorpreso dalle condizioni climatiche avverse e si schiantò sulla collina di Superga, a pochi chilometri dal centro di Torino.

L’impatto fu micidiale, e tutti i passeggeri persero la vita. Le cronache parlano di oltre mezzo milione di persone che assistettero al funerale del Grande Torino a Palazzo Madama, piangendo sulle salme di quella squadra che aveva portato in alto l’onore del calcio del Bel Paese.

Da quel giorno la tromba del Bolmida non risuonò più come una volta tra gli spalti del Filadelfia, per rispetto di un passato glorioso e ricordato con affetto; per rispetto di una squadra vinta solo dal fato avverso.

Per amore del Grande Torino.

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