L’incertezza dell’Ilva di Taranto


di The White Wolves

Dopo neanche un anno dalla definizione con il MiSE del piano industriale dell’acciaieria di Taranto, è stato revocato lo scudo penale ai manager, mettendo a serio rischio 15.000 posti di lavoro e il piano di risanamento ambientale. L’acciaieria Mittal Italia ha sottolineato l’incertezza creata da tale revoca. Inoltre, gli stessi sindacati metalmeccanici hanno scritto al ministero dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, chiedendo una convocazione urgente per una “verifica degli impegni assunti dalle parti”.
 
 
Basta leggere queste poche righe per rendersi conto dell’asfissiante clima di incertezza in cui si trova da anni l’acciaieria di Taranto, tra mirabolanti promesse di rilancio e continui timori di chiusura. Questo clima, in larga parte dovuto ai continui tentativi di rivendicazione da parte della politica, non permette l’attuazione dei piani industriali.
 
Ironicamente quindi, non è possibile nemmeno il risanamento ambientale che è da tempo promesso dalle varie fazioni politiche – quelle stesse che non permettono la continuazione del piano – semplicemente perché avviato con il benestare di un governo precedente (che ovviamente, in Italia, è sempre da demonizzare, ndr).
 
 
Com’è logico che sia, i Cinque Stelle (insieme alle altre forze di governo) rivendicheranno la cancellazione di questo “privilegio ad personam” concesso dai governi precedenti ai manager dell’impianto, con la giustificazione di mettere al centro la salute dei cittadini e di combattere così i malvagi inquinatori dell’Ilva.
 
Proprio loro, nemici dell’ambiente e dei cittadini, sono rei di aver tenuto in piedi un’acciaieria messa in ginocchio dai precedenti proprietari tra i quali, non dimentichiamolo mai, c’era anche lo Stato.
 
 
Senza rivangare il passato, dobbiamo renderci conto di come l’unico modo per proseguire con il risanamento sia permettere la continuità della produzione. Solo così l’impianto può essere rinnovato e adattato ai nuovi standard ambientali; solo con un impianto pienamente funzionante e competitivo a livello internazionale, sarà possibile reinvestire per riammodernare l’impianto e bonificare il terreno.
 
 
Ora, immaginate anche solo per un istante di essere l’amministratore delegato di una grande multinazionale che sta prendendo in considerazione di investire qualche centinaio di milioni di euro in Italia, magari proprio nelle regioni depresse del Sud. Come accogliereste questa notizia? Probabilmente fuggireste a gambe levate.
 
 
L’Ilva andrebbe vista come un’opportunità che Taranto ha per cambiare l’economia della regione; ma perché ciò avvenga è necessario permettere agli investitori di continuare il loro piano industriale, senza ulteriori intoppi.
 
 
Altrimenti vediamo di non piangere lacrime di coccodrillo se la “multinazionale cattiva” manderà tutti a casa. In questa storia, gli unici cattivi che getteranno sulle spalle dei contribuenti il pesante macigno di una nuova crisi dell’Ilva – o peggio ancora di una sua stabile nazionalizzazione – sono i politici, incapaci di mantenere gli impegni presi.
Precedente “Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori”: la sindrome dell’arredamento nelle mostre contemporanee
Avanti La politica italiana e il caso Segre