Leggere e ri-flettere con i racconti di Jorge Luis Borges


di Francesca Aldrighi

In questo periodo di distanziamento sociale, il tempo ha una durata tutta sua, che non sempre corrisponde al ticchettio dell’orologio. Giornate infinite si alternano ad altre che sembrano smaterializzarsi, portando con sé l’amarezza di non aver dato un senso alle ore trascorse. 

Ma se davvero il tempo non è altro che un’estensione dell’animo, possiamo provare a renderlo migliore per noi e per chi ci sta intorno: fermiamoci, ma non mettiamo in stand-by anche la nostra mente.

Interrogandomi, come molti ultimamente, su quello che racconteremo alle generazioni future di questa pandemia che ci ha travolti sul finire della seconda decade del secondo millennio, ripenso a un personaggio dello scrittore argentino Jorge Luis Borges, che di racconti si intende parecchio. Oltre alla raccolta L’Aleph possiamo anche citare Finzioni, l’onirico, erudito (a tratti delirante) volume apparso a Buenos Aires nel 1944 e arrivato in Italia solo nel 1955 con la traduzione di Franco Lucentini. 

Il personaggio a cui mi riferisco è Ireneo Funes, l’uomo dalla memoria prodigiosa, di cui Borges ci parla in Funes, l’uomo della memoria, racconto che inaugura la seconda sezione di Finzioni, il cui titolo, Artifici, sembra voler insistere sul carattere fantastico di queste pagine, sulla loro natura di pure narrazioni (fiction, appunto).

A diciannove anni Ireneo Funes, dopo essere stato travolto da un cavallo in corsa, rimane irrimediabilmente paralizzato. Ma non è tanto questa la condizione che, da quel giorno, rende la sua esistenza insostenibile.

Quando cadde, perse conoscenza; quando la riprese, il presente era quasi intollerabile per la sua ricchezza e nitidezza, così come i ricordi più antichi e più banali. Poco dopo si rese conto di essere paralizzato. Il fatto lo interessò appena. Pensò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo. Adesso la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.

 Dopo una vita passata, come spesso accade, da sordo, cieco e smemorato, senza riuscire a cogliere la densità del mondo che lo circondava, Funes si ritrova all’improvviso oppresso da dettagli irrilevanti, che lo fanno sprofondare in un «mondo vertiginoso» dal quale non ha speranza di riemergere. 

Perché, in fondo, l’oblio ci salva; non è solo il buco nero in cui temiamo di precipitare una volta terminato il nostro passaggio sulla Terra. 

Se una delle pene inflitte nell’antica Roma era quella, temibilissima, della damnatio memoriae e se quello che nella Grecia classica distingueva un eroe da un uomo comune era proprio la garanzia di essere ricordato generazione dopo generazione, nella vita di tutti i giorni dobbiamo invece ringraziare la capacità della nostra mente di archiviare soltanto una minima parte di ciò con cui entriamo in contatto, con il corpo e con il pensiero. 

Già, perché altrimenti pensare sarebbe impossibile, come suggerisce Borges nel suo racconto: «pensare significa dimenticare differenze, significa generalizzare, astrarre. Nel mondo stipato di Funes, non c’erano altro che dettagli, quasi immediati».

 Ecco che il valore di una memoria proattiva, custode di ricordi che stimolano all’azione, mi appare forse un po’ più chiaro. Ogni giorno ci sforziamo di ricordare momenti, parole, immagini, colori, profumi, suoni, paesaggi. 

Ma ricordare non significa immagazzinare compulsivamente attimi irripetibili, ostinarsi a documentare tutto, persino quello che mangiamo, per non rischiare di perderlo nel sommarsi delle piccole azioni quotidiane. Ricordo qualcosa perché quel qualcosa ha la forza di imprimersi nel mio essere, perché è dotato di quella carica distintiva che gli consente di rimanere in uno stato sospeso, oltre il tempo e lo spazio. 

Non tutto quello che ricordiamo, tuttavia, sembra essere così significativo per la nostra vita; al contrario, tanto di quel che dimentichiamo avremmo voluto portarlo con noi fino alla fine (la voce di una persona cara che non c’è più, per esempio). La memoria, infatti, non è uno strumento a noi completamente accessibile e non possiamo scegliere razionalmente cosa ricordare e cosa no. Possiamo decidere, ad ogni modo, cosa consegnare a chi verrà dopo di noi e con quali insegnamenti e ammonizioni salutare il futuro che ci aspetta.

Chissà, allora, che cosa resterà di questi giorni così incerti. Come decideremo di raccontarli, cosa salveremo dall’oblio e cosa sarà volutamente cancellato con un colpo di spugna, magari per nascondere colpe collettive e individuali. Ma come sempre la Storia farà il suo corso e, sperabilmente, un giorno sapremo mettere ogni tassello al suo posto, cosa difficile da fare ora, nel confuso puzzle del presente.

Travolti da un cavallo in corsa, proprio come Funes, immobilizzati e prigionieri di questo tempo che ci è toccato in sorte, possiamo provare però a dargli un senso. Ri-flettiamo, letteralmente fermiamoci e flettiamoci su noi stessi, per capire, per non sprecare più la nostra vita e cerchiamo di essere specchio, superficie ri-flettente per chi in questo momento ha bisogno di ritrovare un’immagine di sé che gli corrisponda davvero. 

E quando la nostalgia ci assale, possiamo prendere in mano Borges, con la speranza che le sue parole ci indichino una via d’uscita da questo labirintico e babelico presente.

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