Le dimissioni di Theresa May e lo spettro del “no-deal”


di Achille Cignani

“Presto lascerò il lavoro che è stato l’onore della mia vita, la seconda donna premier ma non certamente l’ultima. Lo faccio con enorme e duratura gratitudine, per aver avuto l’opportunità di servire il Paese che amo”.

Theresa May ha concluso con queste parole il suo mandato, nella mattinata di venerdì a Downing Street.

Lo ha fatto in maniera garbata e un po’ nervosa, lasciandosi andare a qualche lacrima sul finale. Un’emozione mascherata solo dalla furtiva uscita di scena all’interno del portone del civico 10.

La premier britannica, paladina della Brexit, lascerà la guida del Regno Unito in via ufficiale solo più avanti, rendendo così possibile un ultimo incontro con il presidente americano Donald Trump e l’insediamento del suo successore.

Il presidente del Partito Conservatore, Brandon Lewis, ha annunciato con una nota che “la Gran Bretagna avrà un nuovo premier entro la data del recesso estivo del Parlamento”, fissata nel calendario estivo di Westminster per il 24 luglio. Il successore di May diverrà di fatto anche leader dei Tory.

Dall’opposizione, il leader laburista Jeremy Corbyn non avanza scommesse su chi prenderà il timone dei conservatori, restando scettico che il designato possa fare meglio del predecessore. Continua, così, l’invocazione alle elezioni anticipate.

Quanto alle candidature, sembrano non aver perso tempo – già due giorni fa – alcuni papabili pretendenti.

L’attuale Ministro degli Esteri Jeremy Hunt e l’ex capo dello stesso Ministero – già Sindaco di Londra – Boris Johnson, sono subito scesi in campo. Diversi organi di stampa hanno affermato che la lista dei contendenti potrebbe diventare molto lunga già nei prossimi giorni.

Per via della sua popolarità, il più quotato, ad oggi, è l’ultimo citato Boris Johnson.

I tre anni passati da Theresa May a Downing Street sono stati segnati da un unico fattore, la Brexit. A lei era stato affidato il compito di portarla a termine, e non ha avuto successo. Probabilmente anche perché al referendum del 2016, quando era Ministro dell’Interno, si era schierata per restare in Europa.

Come scrive Luigi Ippolito sul Corriere della Sera, Theresa May “è stata chiamata a fare qualcosa in cui non credeva veramente, finendo per affrontare il compito come un esercizio di limitazione dei danni più che come un’opportunità da cogliere”. Complice della sconfitta, oltre alle tre bocciature dell’accordo di uscita patteggiato a Bruxelles, la fatidica clausola del backstop irlandese, l’ostacolo più grande all’ottenimento di una maggioranza.

Alla prima ministra, ormai quasi ex, va riconosciuto il carattere forte e la tenacia, che le sono sempre valsi il rispetto di molti membri del suo partito e non solo.

Il 31 ottobre 2019 la Gran Bretagna dovrebbe lasciare l’Unione Europea, stando alla proroga concordata tra Londra e Bruxelles lo scorso marzo.

Un addio inatteso dall’opinione pubblica, che in vista di queste elezioni europee potrebbe arrivare a favorire proprio il Brexit Party di Nigel Farage, a discapito di conservatori e laburisti.

La situazione di incertezza del Regno Unito non migliora con le dimissioni di May e, anzi, potrebbe aprirsi ad una nuova fase di instabilità, che potrebbe coronare l’oscuro no-deal post-uscita dall’UE.

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