L’amore e il rispetto


inter icardi capitano

di Jacopo Stefanini

Mauro Icardi non sarà mai più il capitano dell’Inter, probabilmente neanche scenderà più in campo con la maglia nerazzurra. La lettera aperta pubblicata su Instagram dallo stesso #9 nerazzurro nel tardo pomeriggio di ieri, più che un (discutibile) tentativo di spiegare le proprie ragioni alla piazza pare l’ennesima stoccata pubblica del team dell’argentino a Beppe Marotta, il cattivo, colui che agendo senza “amore e rispetto” (sic) nei confronti del club avrebbe compromesso – stando al contenuto del post – il lungo idillio precedente.

A far riflettere non è tanto il messaggio, banale e scontato, quanto il tono, il modo di argomentare. Nel suo sfogo, Icardi fa ripetuta menzione del suo attaccamento alla maglia parlando di rinunce e sofferenze, di offerte rigettate per il desiderio di aiutare la squadra nei momenti difficili e di acciacchi ignorati pur di scendere in campo e trascinarla a suon di gol (come si cambia…), finendo per rinfacciare all’Inter e agli interisti buona parte della sua storia in nerazzurro e mettendo ancora una volta – senza volerlo? Se anche fosse, non sarebbe peggio? – l’Io davanti al Noi.

L’autoreferenziale lagna dell’argentino non riesce così a fare breccia nel cuore dei tifosi, finendo anzi per produrre l’effetto opposto. Il partito dei contrari guadagna consensi ogni giorno, scenari sino a tre settimane fa totalmente impensabili si stanno verificando con una rapidità disarmante.

E in questa situazione di tensione, in cui ogni frase fuori posto può essere la goccia che fa definitivamente e irrimediabilmente traboccare il vaso, Icardi, che ancora si propone come alfiere dell’interismo, sbaglia tutto.
Sbaglia, per smania di recupero di consensi, ad avvallare gli atteggiamenti morbosamente protettivi di chi lo circonda pensando magari che le loro dichiarazioni possano avere una qualche influenza sugli umori di una tifoseria che ha scaricato, in epoca recente, campioni all’apparenza imprescindibili, ben più di successo di lui.
Sbaglia a volersi presentare come depositario della verità sul pensiero, i sogni e le ambizioni della piazza. Sbaglia soprattutto ad ostentare la sua fede nerazzurra a parole contro tutto e tutti mentre si rifiuta di scendere in campo trincerandosi dietro a un fantomatico problema al ginocchio e dando vita a un comico braccio di ferro nel braccio di ferro con la società.

Sbaglia. Perché l’Inter non è sua.

Le squadre sono di chi le vive, di chi le ama. Sono di chi ne tramanda di generazione in generazione i valori e le storie, finendo nel suo piccolo per esserne parte a sua volta.
I calciatori sono professionisti, rendono prestazioni lavorative. Possono stabilire con l’ambiente un rapporto empatico, affezionarvisi, riconoscersi nel suo modo di essere; possono diventare simboli, legare la propria immagine a uno scudetto, una bandiera. Ma possono anche non fare nulla di tutto ciò limitandosi al minimo sindacale: mettersi a disposizione. Non ogni passaggio deve essere a colori.
Nessuna tifoseria chiede che i giocatori tifino per la squadra per cui giocano, ma tutte, dalla più passionale alla più indifferente, pretendono la maglia sudata, sempre.

L’amore di cui parla Icardi nella sua lettera aperta non è un amore sano. Probabilmente non è nemmeno un amore. È un sentimento diverso, pregno di possesso e rancore, destinato a implodere e trasformarsi in feroce desiderio di vendetta. Lo stesso che lo anima in tutte le sfide alla Sampdoria, una ex con cui Mauro non si è lasciato benissimo.
Il rispetto di cui parla Icardi nella sua lettera aperta è venuto meno, da parte sua, nel momento in cui quella maglia si è rifiutato di indossarla – prima ancora che di sudarla – per iniziare a recitare la patetica parte del malato immaginario.

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