Noi (Us), la società “incatenata” nel nuovo horror di Jordan Peele


di Lorenzo Paggi

Jordan Peele è ad oggi uno dei nomi più discussi della scena cinematografica americana.

Già noto al pubblico statunitense per i suoi ruoli da attore nelle serie televisive, esordisce al cinema con Scappa – Get Out (Get Out), del 2017. Il film viene candidato agli Oscar in quattro categorie (tra cui miglior regista, migliore attore protagonista e miglior film) e viene premiato come migliore sceneggiatura originale.

È comprensibile capire dunque l’enorme aspettativa che pubblico e critica hanno condiviso nell’attesa di Noi (Us), seconda e ultima opera del regista.

Peele si cimenta, questa volta, nell’horror puro, sviluppando al meglio quell’abilità di creare tensione che aveva già dimostrato nel suo thriller d’esordio.

Il film narra la storia dei Wilson, famiglia borghese americana in vacanza sulla spiaggia a Santa Cruz. Un’invasione domestica notturna porterà il nucleo famigliare a confrontarsi con gli assalitori, quattro sconosciuti dalle fattezze identiche a quelle dei protagonisti.

Il regista si vuole confrontare con il tema del “doppleganger” (che forse è il vero protagonista della vicenda). Peele instaura un sottile parallelismo non solo tra l’aspetto fisico dei protagonisti e quello degli antagonisti, ma anche tra i loro comportamenti: il carattere superficiale e infantile del padre si rispecchia nell’ingenuità del corrispondente malvagio; il temperamento schivo e solitario del figlio si riscontra nel mutismo del corrispettivo diabolico (a cui viene simbolicamente messa una maschera sul volto che copre la bocca).

Ma senza alcun dubbio è la madre il personaggio più interessante, interpretata magistralmente da Lupita Nyong’o.

Il rapporto della donna con Red, il suo alter ego, viene analizzato con molta più minuzia, dal momento che esso si dimostra essere l’unico dotato di parola e abile nel ragionamento.

È grazie al confronto tra queste due parti che emerge la critica sociale di Peele: gli “incatenati”, ovvero il gruppo di cloni a cui appartengono gli assalitori proveniente da un mondo sotterraneo, freddo e tetro, aspirano ai benefici e alla vita del mondo esterno.

La differenza tra la prima famiglia, agiata e felice, e la seconda, frustrata e vessata, ricalca la disuguaglianza sociale ed economica dei nostri giorni.

Peele non si astiene dal criticare anche la società americana stessa. Gli abitanti del mondo esterno (primi tra tutti il padre e i vicini di casa) vengono rappresentati come personaggi viziati ed eccessivamente legati ai beni materiali.

Allo spettatore risulta difficile identificarsi o persino provare simpatia nei loro confronti, eccezione fatta per il personaggio della madre. Persino le ragioni di Red, portavoce della causa degli “incatenati”, risultano quasi comprensibili alla luce della condizione di schiavitù a cui sono stati sottoposti.

Senza rinunciare alla vena comica – particolarmente grottesca, ma presente nelle giuste dosi -, il regista riesce a dar vita ad un senso di inquietudine che percorre tutto il film fino all’ultima inquadratura.

Il risultato è uno dei migliori horror dell’anno, che conferma le abilità registiche e di sceneggiatura del promettente Jordan Peele.

Precedente Gennaro Gattuso: voce del verbo "rispettare"
Avanti Europee: i sondaggi negli altri Stati membri