La riforma del MES spiegata passo passo


di The White Wolves 

Se in quest’ultimo periodo avete aperto almeno una volta la home page dei vostri social preferiti, avrete notato che uno dei nuovi temi caldi, ora che la MeloniMania sembra essersi spenta, è la riforma del cosiddetto MES

La Lega la condanna apertamente, il M5S e Conte affermano che fino alla crisi di Agosto sembrava la supportasse; il PD pare inerme, o al massimo difende timidamente l’operato del governo. 

Ma che cos’è esattamente questo MES, perché sembra saltar fuori adesso dal nulla, e soprattutto, dove sta la verità e dove le fandonie in tutta questa faccenda?

Che cos’è il MES

Il MES, nato nel 2012 in piena crisi dei debiti sovrani, è il Meccanismo Europeo di Stabilità (in inglese ESM, European Stability Mechanism), un fondo di garanzia (di 700 mld di €) in cui tutti i Paesi dell’area Euro “mettono risorse” (spiegheremo le virgolette più avanti) per combattere eventuali crisi del debito in Paesi deboli. In sostanza, il MES funziona come prestatore di ultima istanza per i Paesi membri, in maniera analoga a ciò che farebbe un’assicurazione. In caso un Paese dell’Eurozona dovesse trovarsi in difficoltà nel rifinanziare il proprio debito, il MES agirebbe con degli aiuti finanziari per mantenere il Paese in piedi ed evitare il cosiddetto “rischio contagio”. Alcuni Stati membri dell’UE hanno già fatto uso dei prestiti del MES, in particolare Grecia (della quale possiede circa il 50 % del debito pubblico), Cipro, Portogallo, Irlanda e Spagna, per un totale complessivo di circa 200 mld di € in aiuti.
Aspetta un secondo – penserete voi, –  vorresti dire che mentre la nostra povera Italia finiva a picco modello Titanic, i nostri governi traditori regalavano soldi gratis ad altri Stati in difficoltà? E i poveri terremotati, e i disoccupati, eccetera?

Come funziona il MES

No, caro il mio lettore, la risposta è chiaramente no, il MES non funziona così. Innanzitutto occorre ricordare che i prestiti MES non sono a fondo perduto, ma vanno restituiti dai fruitori, seppur a tassi agevolati e con lunghi periodi di rientro. In seconda battuta, dobbiamo chiarire l’ammontare del contributo italiano all’operazione, ovvero il 17 % circa del capitale, ad oggi 14 mld di € di VERSAMENTI. 

Il CONFERIMENTO italiano invece, è di circa 125 mld di €. Siamo ora pronti per spiegare quelle virgolette utilizzate prima. L’Italia non ha versato 125 miliardi, ma soltanto 14. La cifra di 125 miliardi sta a indicare la nostra massima responsabilità in quel fondo, similmente al conferimento di capitale da parte dei soci in una SRL. Per essere più comprensibili possibile, si tratta del massimo aiuto che ci può essere chiesto.
“Ma con quei 14 miliardi avremmo potuto mettere a posto strade, ponti, dighe, scuole… E invece li abbiamo usati per aiutare gli altri.”

Un po’ di contesto storico

Non esattamente. Nel momento in cui il MES è stato fondato, esisteva il concreto rischio che la crisi dei debiti sovrani arrivasse a contagiare seriamente l’Italia. Per un certo periodo si discusse anche della possibilità che l’Italia potesse richiedere aiuti proprio al MES stesso, anche se poi si decise di non farlo. In questo contesto la creazione di un fondo di garanzia servì a mettere “tranquilli” gli investitori finanziari, in quanto comunicò chiaramente che i Paesi deboli non sarebbero stati lasciati soli dall’UE. In un certo senso quindi, se un default del nostro debito ad oggi non è ancora avvenuto, e se possiamo ancora sognare timidamente di non diventare l’Argentina d’Europa, questo lo dobbiamo anche al malvagissimo MES mangiasoldi.

Ok, forse questo MES è anche utile, ma questa riforma cosa prevede?

Quella maledetta riforma

Ecco, qui arriviamo alla ciccia della questione. La riforma, il cui iter va avanti da circa due anni e richiede la ratifica da parte di tutti i Parlamenti nazionali, prevede numerose modifiche. Tuttavia, noi qui siamo già andati fin troppo lunghi nel tentativo di spiegare cosa sia il MES e quindi ci concentreremo sulle principali.
Nella sostanza, la riforma si propone l’obiettivo di trasformare il MES per far sì che possa operare anche in situazioni non prettamente emergenziali, di modo da poter risolverle quando ancora non è troppo tardi. In particolare si cerca di fare in modo che i Paesi membri si aiutino “da soli” prevedendo che, per utilizzare il fondo senza dover preventivamente operare riforme strutturali, si rispettino tre criteri:

  1. Non essere in procedura d’infrazione UE
  2. Rapporti deficit/pil al di sotto del 3% da due anni
  3. Rapporto debito/pil al di sotto del 60 % (o in convergenza all’obiettivo)
Appare chiaro che l’Italia non rientri in questi criteri, e quindi è qua che si concentra la gran parte del problema. Tuttavia, per chi non rispetti i tre criteri esiste comunque una possibilità per accedere agli aiuti: la ristrutturazione del debito, ovvero il taglio dell’ammontare di denaro che verrà ripagato agli investitori alla scadenza dei titoli. Una misura decisamente drastica, che in Italia, dove circa il 70 % del debito è detenuto da istituzioni e individui italiani, prenderebbe le forme di una vera e propria tassa.

Le attuali critiche in Italia

Qui si concentrano le critiche dei leghisti che sulla battaglia, nonostante fossero al governo al momento del preventivo via libera, sono in prima linea. Ma non sono soli, in quanto anche personaggi assolutamente non sospettabili di febbre sovranista hanno messo in guardia nei confronti della pericolosità delle clausole. Tuttavia, la realtà è un po’ diversa da come potrebbe apparire. La ristrutturazione non sarebbe in nessun caso automatica, e non è detto che verrebbe richiesta in quanto per l’Italia comporterebbe ulteriori problemi come la depressione della domanda interna, e andrebbe poi comunque approvata dal consiglio dei governatori del MES, nel quale siede anche il nostro Ministro dell’Economia.

Esiste però un reale pericolo, a quanto dicono alcuni analisti finanziari, ovvero che i mercati interpretino male le preoccupazioni italiane sulla riforma del MES, credendo che persino la nostra classe dirigente ritenga il nostro debito non sostenibile, e bisognoso di aiuti. Ciò potrebbe scatenare scommesse finanziari contro la nostra solvibilità, alzare i tassi d’interesse sul nostro debito, e mandarci veramente gambe all’aria.

Ma siamo sicuri che i nostri politici saranno in grado di abbassare i toni e smettere di dare l’idea che l’Italia sia sull’orlo della crisi, fasciandole la testa prima che se la possa rompere. Perché in fondo, decidere se continuare a correre contro il muro è una scelta tutta nostra.

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