La “Nuova Via della Seta” in prospettiva


nuova via della seta postiamo

di Ramona Cannea

La Politica italiana è assorbita dal dibattito del momento: la firma del Memorandum sulla “Nuova Via della Seta” con Pechino.

Nonostante l’argomento possa risultare attuale, le prime discussioni in merito risalgono al febbraio 2017, prima occasione in cui Italia e Cina hanno concretamente parlato del progetto. Per il 4° Business Forum tra i due paesi si ebbe la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una nutrita delegazione di rappresentanti di imprese e istituzioni nostrane.

Ma cosa si intende quando si parla di One Belt One Road (OBOR), nota come Nuova Via della Seta?

Darne una definizione univoca non è semplice, ma si può affermare che si tratti di un piano strategico del governo cinese, annunciato dal presidente Xi Jinping nel 2013. Esso propone la creazione di collegamenti e canali di scambio (commerciali e di informazione) tra la Cina e il resto del mondo.

Il disegno è reso possibile grazie a ingenti finanziamenti cinesi per la costruzione di nuove infrastrutture o per l’ammodernamento di quelle già esistenti; sia sul territorio nazionale, sia nei paesi aderenti al progetto.

La linea ufficiale dell’Unione Europea in merito alla OBOR è di estrema cautela, tanto che la Germania e la Francia hanno proposto l’introduzione di una legge per promuovere controlli più severi rispetto agli investimenti di paesi terzi. Una linea, quella della prudenza, che anche l’Italia ha sempre sostenuto nel governo precedente, che firmò in favore della proposta franco-tedesca con tanto di documento critico nei confronti della OBOR a inizio 2018.

Parallelamente a quest’ultimo indirizzo politico a livello europeo, il governo Gentiloni si preoccupò di creare i presupposti per un ingente finanziamento del porto di Trieste, garantendone il ruolo di snodo privilegiato per l’arrivo di turisti e merci cinesi.

Con l’insediamento del nuovo governo, sin da subito Luigi di Maio annunciò la firma del Memorandum entro la fine del 2018. L’occasione propizia pareva essere proprio il “China International Import Expo” tenutosi a novembre, al quale l’Italia del governo giallo-verde partecipò attivamente. Ciononostante, la firma fu rinviata a una data da destinarsi: entro e non oltre il 2019.

Questi i passaggi precedenti l’infiammarsi del dibattito odierno.

Ma perché la richiesta di tanta cautela da parte delle opposizioni, della UE e addirittura dall’altro partito facente parte del governo, ovvero la Lega, è recentemente esplosa?

Perché la OBOR è strettamente connessa ad un altro progetto di Xi Jinping, ovvero il “Made in China 2025”, che punta a fissare la Cina tra le prime potenze tecnologiche e industriali a livello globale lasciandosi finalmente alle spalle la reputazione di fabbrica del low-cost.

Si teme, infatti, che la Cina possa sfruttare il vantaggio dei finanziamenti erogati – insieme con l’acquisto di quote azionarie di aziende e imprese europee e non – per ottenere informazioni sensibili sulle nuove tecnologie. Esse sono considerate cruciali per un’introduzione efficace delle nuove merci sul mercato internazionale.

In conclusione: la linea della prudenza è legittima?

La linea ha senza dubbio una sua sensatezza, ma è comunque ancora più urgente che l’Italia discuta proficuamente sia internamente che con l’UE. Il Mercato Comune deve più che mai fare fronte unico e tenere una linea condivisa da tutti gli stati.

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