La fine del pop femminile made in USA


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di Redazione

Il ritorno di Gaga alla 1 della Billboard Hot 100, la classifica ufficiale del mercato musicale più grande al mondo, paradossalmente, potrebbe essere la pietra tombale su un certo pop al femminile.

Siamo quasi al termine dei primi 20 anni post-2000, i Maya non ce ne vogliano.
Anche senza consultare le classifiche anno per anno – mission impossible – chiunque sia passato dalle discoteche e dalle palestre italiane non potrà non ricordare una tipologia di canzone con un set di caratteristiche variamente combinate: voce femminile, basi tendenti all’house, ammiccamenti e lustrini.
Lungi dal celebrare quel pop patinato, tanto vincente quanto chiuso in un suo formulario di cliché, non si può non nutrire una certa nostalgia per quella precisa concezione di musica commerciale. 

In altre parole: musica che puntava all’emancipazione femminile senza estremizzare il corpo come hanno iniziato a fare poi i twerk di Cyrus-Minaj-Azealea, ma con una buona dose di grottesco e di ironia. 

Quel giocare alla cattiva ragazza che fa un po’ il maschio e un po’ si “giunonizza” piacente. Katy Perry, Lady Gaga e Rihanna sono forse i tre emblemi per eccellenza, ma non possono sfuggire le più episodiche Kesha, Gwen Stefani e Meghan Trainor, o le precedenti ma longeve Britney Spears e Madonna, passando per P!nk e Christina Aguilera.
Tutte le cantanti citate sono curiosamente bianche, a esclusione della barbadiana. Le donne afro-americane o mulatte di maggior successo musicale dei 2000s hanno sempre virato su un R&B un po’ meno convenzionale e anche meno spendibile a livello internazionale, in cui si è recentemente riconosciuta anche Rihanna. 

Il mercato interno è quello che conta. Mentre si può credere che in tanti italiani non sappiano chi sia Ciara, o si ricordino di Kelly Rowland. Sicuramente Mariah Carey, Beyoncé Alicia Keys sono ben piu’ note a casa nostra, ma comunque meno impattanti a un primo ascolto e forse non abbastanza ‘generiché’ da arrivare a tutti, dalla bimba delle elementari a sua nonna.
Insomma, le stramberie di Katy Perry, Lady Gaga e Rihanna, confezionate in quella definizione internautica non molto politically correct che è ‘puttan-pop’, erano parte integrante della corsa al successo. Budget giganteschi, effetti speciali, balletti grotteschi, allusuioni sessuali e uomini oggetto, o soggetto puntualmente manipolato. 

Veronica Ciccone insegna, le allieve perfezionano. Poi è arrivata Adele. E Ariana Grande. 

La prima, con un pianoforte, due pad e una voce tira fuori brani che restano nella memoria collettiva quasi senza sforzo; ancora più incredibilmente senza videoclip ufficiali (vedasi ‘Turning Tables’). La seconda, al contrario, fonde in un’abbuffata: pop, R&P, rap e urban per dare vita a una musica che fino a cinque anni fa non avrebbe visto la cima della Billboard nemmeno con il binocolo. 

Ma sono tutti pazzi del personaggio e della vita personale rovesciata in canzone. Ariana Grande, infatti, suona più onesta perché parla esattamente il linguaggio delle chat di incontri, dei giovani di oggi, del quotidiano.

Però c’è il colpo di scena: a scalzare ‘7 Rings’ dalla 1 è stata proprio Lady Gaga. Non poi così amata dalle radio italiane (ricordo solo ‘Poker Face’, ‘Bad Romance’ e ‘You and I’) l’italo-americana torna alla ribalta con un pezzo a metà tra il country e, ancora una volta, il pop pianistico, alla Adele.
Se da un lato ha avuto la sua rivincita come una delle icone più estreme del pop femminile americano, al tempo stesso ha dovuto appendere all’omino il vestito fatto di bistecche, chiudere i rubinetti di sangue, scendere dal tappeto volante.

Quella vincente è sempre più la Gaga attrice e sempre meno il pop che fece ballare tutto il mondo.

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