Iran isolato da Washington: Italia prossima a sanzioni?


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di Camilla Grasso 

L’America ci va giù dura con l’Iran, andando a colpire il sensibilissimo mercato del petrolio.

Ce ne siamo accorti in questi ultimi giorni facendo il pieno: il prezzo della benzina ha sfondato il costo di 2 euro a litro.

Il 22 aprile il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che gli Stati Uniti – a partire dal 2 maggio – non avrebbero rinnovato le esenzioni di sei mesi, i cosiddetti waiver, sull’acquisto di petrolio iraniano concesse lo scorso novembre a otto paesi: Italia, Grecia, Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Turchia. E per questo non è più possibile importare petrolio senza incorrere in pesanti sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Secondo quanto riporta il Washington Post, questa decisione è parte di quella che l’amministrazione Trump chiama maximum pressure campaign, ovvero la campagna di massima pressione contro Teheran.

Le misure restrittive contro l’Iran erano state cancellate dall’amministrazione Obama nel 2015 grazie all’Accordo sul nucleare, ma vennero immediatamente ripristinate da Trump.

Nell’annunciare la decisione, Pompeo ha però anche assicurato che USA, Arabia Saudita ed Emirati aumenteranno la propria produzione per compensare la futura uscita dell’Iran dal mercato petrolifero scongiurando l’aumento dei prezzi. Ma le cose potrebbero non essere così semplici.

Con quest’ultima risoluzione, l’obiettivo di Washington è esplicitamente quello di azzerare le importazioni di greggio proveniente dall’Iran per esercitare pressione politica e andare a colpire la principale fonte di entrata del paese.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Il presidente Hassan Rouhani ha minacciato la chiusura dello stretto di Hormuz, una delle principali vie di commercio del petrolio. Sul piano pratico, però, la reazione consisterà molto probabilmente nella cosiddetta ‘pazienza strategica’ in vista delle prossime elezioni presidenziali americane nel 2020.

La scelta non è inaspettata. In un primo momento, infatti, Trump aveva deciso di concedere esenzioni temporanee permettendo a questi otto paesi di continuare a importare petrolio, ma in misura via via decrescente.

Italia, Grecia e Taiwan avevano già iniziato a ridurre le importazioni cercando nuove fonti di approvvigionamento energetico. Per gli altri, invece, ridurre l’importazione di petrolio, rischia di ridurre il margine di crescita economica.

Le future azioni che intraprenderanno questi paesi restano un’incognita.

La Cina ha, intanto, dichiarato la propria opposizione a tali sanzioni unilaterali americane affermando che il suo accordo di cooperazione con Teheran è in linea con la legge.

Può l’America decidere chi compra che cosa, come e da chi? 

La risposta in questo momento storico è sì. Facendo leva sulla posizione di centro finanziario internazionale e avvalendosi della funzione del dollaro come moneta di scambio privilegiata, gli Stati Uniti possono imporre ‘sanzioni secondarie’ che colpiscono i Paesi non allineati alle loro decisioni.

Il provvedimento rischia di alienare il favore dei principali alleati e di avere ripercussioni ben più ampie in termini economici e politici.

Il ruolo dei paesi europei si dimostra, ancora una volta, quello di semplici spettatori. Rischiamo di subire conseguenze ben più gravi dell’aumento di benzina citato, se cerchiamo di mantenere il trattato con l’Iran invariato a prescindere dalle sanzioni che ne deriverebbero.

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