IL VIRUS COME SFIDA BIOETICA


Il traumatico evento dell’attuale pandemia ha riportato alla ribalta quella particolare entità biologica, letale ed elusiva, chiamata virus. Sfuggito dall’attenzione d’indagine scientifica dei soli virologi e microbiologi, esso, è purtroppo diventato un problema su scala globale

Il mondo dei virus ci era rimasto completamente oscuro fino sostanzialmente al secolo scorso, probabilmente per via della sua straordinaria peculiarità, unica nel mondo della biologia. Il solo pensiero che in una goccia d’acqua si possano trovare milioni e milioni di minuscoli “pezzetti d’informazione” in grado di causare danni così gravi è qualcosa che, ancora adesso, mette in seria difficoltà persino la nostra capacità d’immaginazione. 

È perciò nell’interesse di ognuno di noi sapere con che cosa abbiamo a che fare, ora che il virus non è più soltanto materia da laboratorio ma è diventato parte integrante delle nostre vite.

IL VIRUS È VIVO?

Nel corso del tempo gli studiosi hanno cambiato ripetutamente idea sui virus: inizialmente erano considerati un veleno (questo significa il loro nome in latino), una volta riconosciute le loro capacità infettive, si è iniziato a ritenerli organismi viventi molto semplici. 

Dopo averli isolati, sono apparsi agli studiosi come pacchetti biochimici ma più recentemente il loro comportamento li ha relegati in una zona grigia tra vivente e non-vivente. Una delle cose che più impressionano su ciò che gli scienziati ci dicono a proposito dei virus è che sono qualcosa di ambiguo

È infatti in dubbio la questione se essi siano organismi viventi oppure no. L’aspetto essenziale della loro biologia è che mancano di alcune proprietà considerate essenziali nella definizione di essere vivente; non hanno una vita autonoma, né sono capaci di trasformare il cibo attraverso il metabolismo o riprodursi da soli. Hanno cioè bisogno di altre cellule, per completare il loro ciclo: sono per questo definiti parassiti obbligati.

Nella vita la differenza tra le cose vive e quelle non vive è, ad uno sguardo superficiale, estremamente evidente. Quando, però, arriviamo ai virus, la cosa si fa più difficile, perché un virus non è solo molto piccolo, ma è anche qualcosa di unico strano e intrigante. 

Un virus, da un certo punto di vista, può essere considerato qualcosa di vivo perché riesce a moltiplicarsi, a diffondersi, a causare malattie e talvolta a sconvolgere il mondo con terribili epidemie, però questo avviene solo quando riesce a trovare il suo ospite all’interno del quale replicarsi

D’altra parte, però, quando non trova il suo ospite, risulta invece essere una piccolissima particella di materia inanimata e inerte, un mero pezzo di codice genetico. Che cosa stabilisce dunque in maniera inequivocabile se un virus è vivo o no? La disponibilità di un ospite

Se un virus ha un ospite da infettare all’interno del quale si può replicare e dal quale si può diffondere è vivo, ma se quell’ospite non c’è, è al contrario morto. Questo è il paradosso: un virus, lo stesso identico virus, è vivo o morto a seconda di un elemento a lui esterno. 

I virus non solo hanno la potenzialità, ma anche la necessità di infettare un ospite se vogliono vivere. Questa particolarissima componente di materia unica al mondo, dato il suo stravagante statuto di esistenza, è sbalorditiva e produce una torsione del pensiero, ci spinge cioè a riflettere su che cosa sia in se stessa la vita. 

Queste riflessioni, infatti, contribuiscono a rendere ancora più sfumata la linea di confine tra vivente e non vivente.

DIVERSI MODI D’INTENDERE LA VITA

Genericamente possiamo riferirci alla vita in termini biologici definendola come la condizione di esseri che, caratterizzati da una forma precisa e da una struttura chimica particolare, hanno la capacità di conservare, sviluppare e trasmettere forma e costituzione chimica ad altri organismi. In filosofia, invece, la definizione del concetto è più sfumata, molteplice e complessa poiché risente della scarsezza lessicale della lingua quotidiana per esprimere una diversità di significati.  Un esempio della pluralità di significati che può assumere il termine è ravvisabile esaminando in che modo era declinato il concetto di vita nel pensiero greco antico, in cui venivano usati tre termini (le cui radici etimologiche continuano ad esistere nelle nostre parole) a seconda del loro senso specifico:

ζωή (zoé): il principio, l’essenza della vita che appartiene in comune, indistintamente, all’universalità di tutti gli esseri viventi.

βίος  (bíos): indica le condizioni, i modi in cui si svolge la nostra vita. Zoé è dunque la vita che è in noi e per mezzo della quale viviamo (qua vivimus), bios allude al modo in cui viviamo (quam vivimus), cioè le modalità che caratterizzano ad esempio la vita contemplativa, la vita politica ecc.

ψυχή (psyché): che originariamente nella lingua greca del Nuovo Testamento ricorre col significato di “anima-respiro”, il “soffio” vitale.

LA SOGLIA DEL VITALE

Il caso del virus ci spinge a pensare la soglia minima del vitale e quei casi particolari che stanno insieme fuori e dentro la soglia, quelle particolari zone grigie che segnano i limiti della faglia. Infatti non è sempre così facile distinguere tra vivo e non vivo, sia nel microcosmo della biologia che nel macrocosmo dell’essere umano e che il concetto di vita può assumere significati diversi. Gli estremi della vita nell’uomo sono nascita e morte, le nostre due zone grigie, i momenti di passaggio tra vita e non vita in un ciclo uroborico cui sono connessi importanti problemi di bioetica e politica.

I limiti vanno problematicizati e ripensati di continuo perché non si trovano le risposte alle nostre domande necessarie alla vita in società nei meri dati. Se perfino la categorizzazione scientifica è passibile di essere ristrutturata come ci insegna il caso del virus, che ci spinge a ripensare i caratteri minimali della vita, a maggior ragione c’è spazio di ripensamento categoriale e dei propri limiti quando intendiamo i concetti nelle loro accezioni più ampie e quando teniamo in conto le loro ricadute sul piano sociale, politico, giuridico o su quello prettamente teorico-filosofico. 

C’è addirittura spazio per un’originalità concettuale che vada in contro alle nuove sfide del futuro come nella definizione dell’ambiguo statuto d’esistenza di automi, intelligenze artificiali, animali non umani.

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