Il “trash consapevole” di Ciao Darwin


il trash consapevole di ciao darwin

Mentre Aldo Grasso starà effettuando il suicidio Samurai nel suo salotto di casa, decidiamo di parlarvi anche noi di uno dei maggiori colossi del “trash consapevole” televisivo italiano anni ’90: “Ciao Darwin”, condito nella salsa insolitamente amara del dibattito “Gay Pridecontro Family Day”.

Premettiamo una cosa: ciò che traspare da entrambe le categorie è negatività e sconforto.

Lo sconforto della voce della drag-fenicottero che si spezza per il nervoso nel botta e risposta; lo sconforto di Povia che non sa più cosa aggiungere e scuote la testa.

Al grido di “una famiglia non può essere fatta da due peni e due vagine” (testuale), con cui una raffinatissima madre di tre figli sintetizza forse il senso della sua vita, si oppone il grido uguale e contrario di una coppia di uomini che accusano le coppie etero di buttare, generalmente, bambini nei cassonetti e violentarli – non si sa se fisicamente, psicologicamente, o entrambe le cose.

Tutto questo non è che la resa visiva di quello che si legge ovunque nei commenti Facebook sotto gli articoli sull’argomento. Forse, il “leonismo politico da tastiera” era meno sconvolgente finché restava tale. A questo giro lo schermo riflette in live-motion tutti i frustrati da social in un colpo. Un esperimento.

Notevole Paolo Bonolis, che si prende il lusso di scherzare sul “non so se è un uomo o è donna” con quell’arguzia che fa la differenza. Un commento sprezzante, che in bocca a un altro personaggio suonerebbe retrogrado, se non “medievale”, ma che qui risulta genuinamente demenziale. Il conduttore è, come sempre, perfettamente a servizio del ‘conflitto genetico’ in prima serata su Canale 5, pur non riuscendo a sventare completamente i toni cupi di una guerra fin troppo reale e sentita.

Vladimir Luxuria si scalda sulla definizione di Giuseppe Povia della gestazione per altri, etichettata come “compravendita di bambini” con aborto in caso di difettosità, ribattendo che tali pratiche sono comuni anche e soprattutto nelle coppie eterosessuali.

Ciò che aleggia dalla parte del Family Day è il senso di superiorità biologica insita nell’eterosessualità e nella cisessualità: ovvero nella corrispondenza inscindibile del sesso biologico con il genere di appartenenza. Un dogma assoluto e millenario che prevarrebbe, imponente, su qualunque costrutto sociale e teoria psicologica moderna.

Oltre questa prima barricata, ciò che aleggia dalla parte del Gay Pride è, all’inverso, l’imperativo di estendere illimitatamente, senza se e senza ma, genitorialità e famiglia a tutte e a tutti. Un’altra verità assoluta, in cui è l’espressione del singolo a doversi fare spazio non solo come protesta politica consapevole, ma anche come prova unica di autenticità agli occhi del gruppo.

In conclusione, la serata risulta “moscia” per l’eccessiva “normalità” dei concorrenti nelle prove coraggio e dei “cilindroni”, non offrendo una fetta sufficientemente sostanziosa di “trash” per gli amanti del genere.

Lo spunto più interessante lo offre ancora una volta Bonolis, che si chiede che differenza faccia, in fondo, se un bimbo venga cresciuto da una coppia gay, una coppia etero, “o sette suore”.

Non si può negare tout court il desiderio di maternità esposto da Vladimir Luxuria solo perché transgender. Ma nel 2019, cos’è la maternità? E la paternità? E la famiglia? Non tutte le idee esposte dai “capi squadra” (gli unici due a conoscere fino in fondo la propria bandiera) si eliminano a vicenda.

Tuttavia, sembra uscirne sempre più contorto e annebbiato il denominator comune.

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