Il tonno della discordia


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di Redazione

È di pochi giorni fa la notizia di una bambina costretta a mangiare del tonno in scatola al posto del normale pasto scolastico per il mancato pagamento della retta da parte dei genitori.

Il sindaco del comune in questione, fautore della decisione, si sarebbe difeso sottolineando il ripetuto e quasi provocatorio rifiuto di saldare la quota richiesta, cosa che non gli ha risparmiato una fitta pioggia di contestazioni sia dall’opposizione politica sia da parte della società civile.

Nel bailamme di accuse e contraccuse, solo la maestra dell’alunna è sembrata uscirne a testa alta e con dignità, grazie alla sapiente scelta di offrire il proprio pasto all’allieva, che era scoppiata in lacrime per l’umiliazione che solo i bambini possono provare, quando vengono in qualche modo emarginati. Un’ulteriore dimostrazione dell’importanza del ruolo ricoperto dagli insegnanti.

Tuttavia, se è vero che quasi tutti si schiererebbero d’impulso dalla parte della bambina in lacrime, è nondimeno doveroso chiedersi che tipo di provvedimento sarebbe stato utile prendere in questo caso nei confronti dei suoi genitori, rei di non avere pagato come qualsiasi altra famiglia la retta scolastica per la mensa. Altrimenti dovremmo pensare che basti fare leva sul compatimento e sull’emotività dei figli per scansare tasse, quote e pagamenti.

Puntare i riflettori sui colpevoli non è di per sé sbagliato; non che a ogni infrazione si debba fare ricorso al pubblico ludibrio, questo è evidente, ma può costituire un utile strumento e soprattutto un ottimo deterrente per comportamenti scorretti nei confronti della collettività. Ci sentiremmo ugualmente vicini alla bambina, se ad essere puniti in questo modo fossero stati i suoi genitori, magari comunicando alle famiglie che solo loro non avevano pagato?

L’innocenza della figlia è fuori discussione, specie perché a quell’età non si pensa ancora ai problemi e alle complicazioni della vita adulta di tutti i giorni, ma lo stesso non vale per il padre e la madre, che non possono fare finta di niente. Se diamo per scontata la loro buona fede, ipotizzando quindi che non abbiano potuto saldare la retta a causa di difficoltà economiche personali, nulla ci impedisce di giustificarli sic et simpliciter, ma a questo punto dovremmo farlo anche in tutti gli altri contesti, ad esempio con gli imprenditori schiacciati dalle tasse o con i pensionati che faticano ad arrivare alla fine del mese.

Ma allora non sarebbe piuttosto meglio cercare di ricreare un clima di comunità che permetta di chiedere aiuto agli altri senza un immotivato senso di vergogna o di rimorso? Un clima che avvantaggi chi è in difficoltà e che faccia di conseguenza emergere i furbi e gli approfittatori. Un clima, insomma, che non faccia piangere una bambina davanti ai suoi compagni per le colpe di altri.

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