Il museo si fa smart. Una riflessione sul senso dell’arte


“Musei virtuali da visitare online, su Google o sui social. Si moltiplicano le iniziative dei luoghi d’arte e cultura che mostrano i loro tesori ai visitatori costretti a casa”.

Così titola il Corriere della Sera in riferimento alla nuova iniziativa catalizzata dall’emergenza sanitaria che catapulta il mondo dell’online in settori della società che in Italia avevano sempre fatto fatica ad attecchire.

Tutto è più smart, più veloce e più comodo. Ora, grazie a specifiche applicazioni interattive è perfino possibile consultare gallerie d’arte, musei ed esposizioni con la facilità e l’immediatezza che caratterizza l’uso di social network. E allora ecco che Ermitage, British Museum, Guggenheim, Louvre, Uffizi e Brera propongono tour virtuali, dirette live sui social e visite guidate sul web per portare il meglio dell’arte direttamente nelle nostre case.

Ovviamente non sono mancate le critiche. “È giusto fare dell’arte ed in generale il nostro gusto estetico, una questione di mera comodità o produttività?” Sembra infatti, secondo alcuni, che l’arte online e in generale questo tipo di fruizione tecnologicamente avanzata non sia altro che una forma di degradazione, un impoverimento dell’esperienza reale esclusivamente fruibile in carne ed ossa nei musei tradizionali.

Mi pare che, presentata in questo modo, la questione sia ancora troppo complessa per far le parti con l’accetta. Proviamo piuttosto a farci filosofi, tentare cioè di adottare una focale più ampia e generale sul problema. Innanzitutto bisognerebbe chiedere a chi critica queste iniziative cosa perderebbe l’arte col fatto di finire sul web, cosa disinnescherebbe il suo tanto decantato potere di oggetto semi-sacrale?

Il celebre filosofo e critico letterario tedesco Walter Benjamin può venirci in aiuto per rispondere. In un ormai celebre saggio del 1936 egli sosteneva, che la caratteristica fondamentale che accomuna tutte le opere d’arte del passato sia ciò che egli chiama aura. Ma che cos’è questa fantomatica aura? Semplicemente la relazione che intercorre tra lo spettatore e l’opera intesa nella sua unicità ed irripetibilità, cioè nel suo essere qui ed ora davanti ai nostri occhi. Questa dimensione genetica e temporale dell’esistenza artistica si condensa in ciò che si potrebbe definire autenticità dell’opera: precisamente quel suo carattere peculiare per il quale ogni sua forma di imitazione manuale implica la generazione di un falso.

Tutto cambia però con l’avvento della riproduzione tecnicamente perfetta che porta alla nascita di media quali la fotografia e il cinema. Questo evento deviò drasticamente il corso della storia dell’arte tanto che da quel momento in poi niente fu più lo stesso.

Lo statuto dell’opera artistica era stato intaccato nella sua essenza plurimillenaria destituendo, di fatto, la superiorità (garantita dall’aura) dell’oggetto originale sulle sue copie riprodotte. Infatti, ci dice Benjamin, la contrapposizione autentico/falso, sempre possibile per un’opera d’arte del passato (poniamo tra un dipinto del mastro di bottega e la copia riprodotta dai suoi allievi), non ha più realmente senso per l’età della riproduzione tecnologica in cui, ad esempio, con una semplice fotografia si riesce a catturare l’intera opera nella sua essenza.

Ciò che è ancora più interessante però è scoprire che questo tipo di copia non si limita a riprodurre banalmente ciò che dovrebbe imitare, ma la trasfigura rendendola qualcos’altro. Da evento irripetibile l’oggetto stesso si trasforma tramite la sola moltiplicazione delle sue riproduzioni (come ad esempio la popolare lattina di zuppa di Wahrol) in oggetto altro, anch’esso dotato di una sua personale artisticità indipendente. La copia tecnica è perciò un ossimoro: assolutamente identica ed al contempo essenzialmente diversa dall’originale. Credeteci o no, ma un’opera d’arte ha questo misterioso e affascinante potere, ovvero l’abilità di cambiare il suo significato più profondo in base al contesto, al pubblico, all’ubicazione o agli scopi per cui essa viene prodotta.

Alla luce di quanto detto come dovremmo porci davanti al fenomeno della digitalizzazione dei musei d’arte? In parole povere dovremmo essere pro o contro, condannarlo o assolverlo? Dipende, ovviamente. Dipende da come lo si fa. Quello che è certo, però, è che, come detto, arte e società sono legate da un profondo vincolo, tanto che una variazione nella dimensione dell’una, spesso determina riassestamenti in quella dell’altra e viceversa. Cambia la società, cambia l’arte.

La storia del cinema e della fotografia ci dimostra nitidamente, con i suoi incontestati capolavori, che è inutile provare a segnare limiti netti o definitivi per decidere cosa è e cosa non è arte perché il cambiamento, lungi da essere la morte dell’arte si rivela essere la sua condizione fisiologica. Chi avrebbe mai detto a fine ottocento che il cinema sarebbe diventato una forma d’arte tra le più popolari e apprezzate a partire solamente dal secolo successivo?  In questo caso è quanto mai calzante quell’adagio di Hegel che suonava: “La storia del mondo è il tribunale del mondo”.

Come si può definire allora qualcosa che non ha confini perché in continuo mutamento? Arte è qualcosa in divenire, si adatta, è in dialogo col mondo così come lo è il suo cangiante modo di essere fruita. Arte è per principio, e innanzitutto, quella cosa che si sottrae da ogni inquadramento; che si rapprende in scuole e tradizioni e che sempre le trascende svincolandosi perpetuamente da ogni etichetta definente.

Mi sembra perciò piuttosto condivisibile l’idea che sperimentare formati innovativi, creare nuovi contenuti che si adattino a nuovi media (penso a video-arte, performance interattive e perché no a una mostra su Instagram), sia il modo più genuino ed autentico di approcciarsi a quella che è tra le più enigmatiche e fondamentali attività mai concepite dall’essere umano. L’arte.

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