Il Maestro e Margherita: lo spettacolo del Male incanta il Piccolo Teatro


di Francesca Aldrighi 

Il Maestro e Margherita di Michael Bulgakov mi aveva profondamente colpito già alla prima lettura, risalente ai tempi del liceo. Innanzitutto, per la complessità narrativa, che rende il ritmo un po’ intermittente, ma ne definisce la cifra stilistica e lo rende unico.

Tra il 1928 e il 1940, l’autore è impegnato nella stesura delle oltre trecento pagine del suo romanzo, su cui lavora con finissimo acume letterario, dedicandosi a una rifinitura attenta e meticolosa. Non poteva che nascere un capolavoro, in cui si intrecciano vicende lontane secoli e chilometri, ma strettamente connesse attraverso i tre livelli su cui è costruita la narrazione.

Proprio come il Maestro del suo romanzo, lo scrittore russo dà alle fiamme una prima versione dell’opera, forse perché esasperato – anche lui – dai soprusi di un potere politico avverso alla libera manifestazione del pensiero.

Bulgakov ci offre un inedito punto di vista sulla Storia delle Storie, quella del Cristo condannato dal popolo di Israele e messo a morte dal silenzio-assenso del procuratore della Giudea, Ponzio Pilato (vittima, in quella circostanza, di un insopportabile mal di testa). È proprio questo che il Maestro sceglie di raccontare nel suo manoscritto. Ad essere messa in dubbio non è l’esistenza di Jehoshua, ma la sua figura così come viene restituita nel Vangelo di Levi Matteo. Della vicenda è protagonista Ponzio Pilato, tormentato dal senso di colpa per non essersi opposto ad una sentenza abominevole e aver condannato un uomo che non lo avrebbe meritato. Un pazzo esaltato, forse, ma pur sempre innocente. Satana compare al fianco di Pilato nelle sue scelte, parzialmente responsabile del corso degli eventi e non del tutto immune dal loro esito, tanto da sentire su di sé i colpi di frusta con cui il boia massacra il corpo di Jehoshua.

Tutto questo anticipa la decisione del diavolo di visitare gli abitanti atei e annoiati della Mosca di fine Ottocento. A portare scompiglio in città è il professor Woland, esperto di magia nera che, con il pretesto del suo grande spettacolo, mira a incontrare Margherita, eletta regina del prossimo Sabba e amante di quel Maestro che pare aver dato alla luce un singolare manoscritto.

La conturbante storia d’amore del Maestro con la sua Margherita non smette di commuovere generazioni di lettori e, nel nostro caso, spettatori. La riscrittura teatrale di Letizia Russo, diretta da Andrea Baracco e andata in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 15 al 27 ottobre 2019 non delude le aspettative di coloro che hanno apprezzato il romanzo di Bulgakov. Meritatissima, a questo proposito, la standing ovation del pubblico milanese sulle note di Sympathy for the Devil. Tutti e undici gli attori contribuiscono al successo dello spettacolo ma, su tutti, Michele Riondino non può che godere del plauso della sala. Magistrale la sua interpretazione del professor Woland, che con quella risata alla Joker rende giustizia al misto di ironia e sadismo che contraddistingue il diavolo di Bulgakov. Sinistro, seducente nonostante l’incedere claudicante, cerone sul volto e labbra rosso fuoco, il demonio compare in scena come una sorta di clown che si diverte a creare disordine nei destini incrociati di un’umanità sciatta e priva di gusto. Sì, perché Woland è un diavolo dandy e coltissimo.

«Liberati dal maligno/gli uomini sono rimasti maligni». La citazione dal Faust di Goethe campeggia su una delle tre pareti scure che circondano il palco (lavagne su cui sono riportati disegni e scritte non sempre comprensibili). Esse creano uno spazio apparentemente impenetrabile e quasi claustrofobico, ma interrotto dalla frequente apertura e chiusura di porte da cui gli attori fanno il loro ingresso sulla scena.

Federica Rosellini veste e sveste i panni di Margherita, donando al personaggio tutta la grazia e la determinazione che caratterizzano il personaggio bulgakoviano. Risoluta e incondizionatamente devota al Maestro, non teme la sorte; ed è pronta a mettere in pratica le dettagliatissime indicazioni del professor Woland pur di rivedere l’amore della sua vita, misteriosamente scomparso dopo aver cercato di dare alle fiamme il proprio romanzo.

L’immagine di Margherita che, nuda e inebriata da un unguento diabolico, si dondola su un’altalena sopra le teste degli spettatori rimane una delle migliori dell’intero spettacolo. Difficile restituire a teatro, in maniera altrettanto poetica, il volo dell’eroina sopra i tetti di Mosca.

Francesco Bonomo si sdoppia nei ruoli del Maestro e di Ponzio Pilato, invitando alla riflessione su una possibile sovrapposizione dei due personaggi, entrambi instabili e abitati da un grande dolore. Azzeccatissima anche la restituzione del seguito di Woland, tremendo e grottesco proprio come nel romanzo. Degna di nota, inoltre, l’interpretazione dell’attore di origini polacche Oskar Winiarski, nei ruoli di Ivan e di Jehoshua. L’effetto straniante del suo accento è perfetto per la figura di Cristo, che prende in questo modo le distanze tanto dall’insieme dei personaggi, quanto dalla sua rappresentazione canonica (in linea con il parziale capovolgimento della Storia sacra tentato dal Maestro).

A conti fatti, l’insegnamento su cui Bulgakov e la regia di questo spettacolo insistono è, ancora una volta, quello dell’Amore. Un Amore che arde come le fiamme da cui Woland salva il manoscritto del Maestro, che vince il tempo e il Fato, che può sconfiggere persino il diavolo. Perché, se anche il Male è dentro di noi e nella Storia, Margherita ci insegna a non negarne l’esistenza e a trovare il coraggio per sfidarlo. È lo stesso Woland che, alla fine del libro e della pièce, ci dà una chiave di lettura dell’opera e, forse, della nostra stessa vita:

Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre?
Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose

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