Il caso “Pro Piacenza”: sintomi di uno sport malato


pro piacenza serie C 20 a 0 Cuneo

di Alessandro Rossi 

Le notizie riguardanti i fallimenti delle società nel mondo del calcio professionistico sono ormai una consuetudine; è sempre più facile, infatti, leggere di scandali e cattive pratiche che infangano l’immagine dello sport più seguito al mondo.

La recente esclusione del “Pro Piacenza” dal campionato di Serie C ha suscitato l’interesse collettivo: il club piacentino aveva saltato quattro partite a causa di una grave crisi societaria e, per evitare il fallimento, ha fatto scendere in campo -in partita contro il Cuneootto ragazzini. Ne deriva un risultato falsato, la partita è stata fatta terminare 20-0, diventando un caso nazionale che ha fatto riflettere più in generale sulle condizioni in cui il calcio italiano riversa. Un periodo nero che si prolunga da troppo tempo e che non sembra trovare la luce.

Mancanza di fondi, strutture sportive inadeguate e società interessate esclusivamente all’aspetto economico danneggiano i valori di questo sport, allontanandone gli ideali di passione e unione che lo caratterizzavano. L’ambizione di un progetto; la sua visione a lungo termine; la scommessa sul supporto unanime della squadra, sulla simbiosi tra tifosi e società come un unico e indivisibile organo vincente sembra stiano naufragando.

I tifosi sono spesso meno stimolati a seguire le partite della propria squadra poiché le organizzazioni sportive non sviluppano più questi progetti con lungimiranza, agendo esclusivamente per resistere ai costi e alle pressioni che il calcio professionistico comporta.

Il mancato investimento nelle strutture e nelle risorse che potrebbero far crescere una società comporta poi un calo generale nella “qualità” di questo sport a livello nazionale. Infatti, mentre in Germania e in Inghilterra le presidenze sportive di seconda o terza serie investono in stadi di proprietà e nel potenziamento dei settori giovanili -linfa vitale per le condizioni economiche e produttive-, in Italia si resta fermi a vecchie tradizioni e convinzioni. Basti pensare al Borussia Dortmund, squadra militante nella prima serie tedesca, che ha visto in passato i propri profitti e le proprie risorse crescere parallelamente all’investimento in centri sportivi volti alla crescita e al potenziamento di giovani talenti provenienti da tutto il mondo, garantendo continuità nei successi e solidità dei progetti.

Si solleva quindi un dubbio: il calcio italiano, gravemente malato, riuscirà mai a guarire dalle sue patologie?

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