E se alle europee vincessero i “populisti”?

Redazione

Tra non molto si voterà per eleggere gli europarlamentari che per i prossimi cinque anni legifereranno a livello comunitario e stavolta il panorama politico è costellato di partiti cosiddetti populisti.

L’incertezza che li circonda è dilagante, non tanto per i programmi che queste forze antisistema si propongono di attuare, ma soprattutto per la rete di alleanze e accordi che potrebbero tessere. Se però in passato questa incognita non allarmava le principali istituzioni pubbliche e private del continente, oggi la possibilità che questi partiti vincano è quanto mai concreta.

Che cosa dovremmo aspettarci, allora, se effettivamente i populisti scavalcassero la coalizione tradizionale che negli ultimi anni ha governato l’Europa?

Premettiamo che il vecchio continente è sopravvissuto alla caduta dell’impero romano, alla peste del 1348, a due guerre mondiali e a una crisi finanziaria mondiale, per cui è improbabile che l’avvento di formazioni politiche antisistema comporti disastri paragonabili alle dieci piaghe d’Egitto. Semmai, è utile domandarsi – proprio in vista del voto – se in un mondo globalizzato e sempre più ripartito in superpotenze un’Europa guidata dai populisti avrebbe vita facile (e lunga) oppure no.

Dipende. Risposta vaga, certo, ma veritiera.

L’Europa ha effettivamente bisogno di un rinnovamento politico, culturale e istituzionale, come dimostra il labile entusiasmo identitario che oggi anima i suoi cittadini; pensiamo solamente alla percezione di queste elezioni, avvertite più come un appuntamento rituale che come un momento di suffragio comunitario (e considerate per giunta meno importanti delle elezioni politiche delle singole nazioni). C’è però da capire in che direzione vogliano veicolare il cambiamento i populisti. Verso un’Europa digitale, giovane e meritocratica? Benissimo. Verso una deriva sovranista (dunque disgregatrice) e demagogica? No, grazie.

Quello che per ora sembra mancare a questi partiti – e vale anche per le forze tradizionali, anche se in misura minore – è un progetto comune, un obiettivo condiviso da presentare con anticipo agli elettori. La politica estera in questo è eloquente; che cosa vogliono fare con la Russia, con la Cina o con gli Stati Uniti? Il rischio maggiore è che i populisti non si accorgano della potenzialità politica di quest’Europa contro cui si scagliano; puntare il dito contro le criticità dell’Unione è legittimo e in un certo senso doveroso, ma questo non deve fare perdere di vista il ruolo che l’Unione stessa può avere. Altrimenti verremo inghiottiti dai colossi mondiali che sperano in un’implosione europea e che sono già pronti ad accaparrarsi i suoi strascichi (cioè i Paesi membri, ossia noi).

Sarebbe allora un male, se questa volta la maggioranza dei seggi finisse alle forze populiste? 

Non necessariamente, ma il poco tempo a disposizione per stilare un programma strutturato e per stringere accordi credibili con i rispettivi colleghi europei rende per il momento ancora incerto un mandato a guida antisistema. Il risultato finale ci darà una prima idea del futuro che ci aspetta; per il momento, non ci resta che votare e vedere.

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