Ecco perché Carlo Calenda deve giocarsi tutto


di Vittorio Pernini

Quando si parla di politica spesso bisogna anche discutere e analizzare chi realmente tesse le ragnatele di questa fantastica materia. 

Parlare di Carlo Calenda non è facile, specie per chi come me lo definisce grande cotta/amore adolescenziale, sussulto di amore e odio continuo. L’ho spesso criticato, ma anche difeso fino allo strenuo. 

Ora che ha compiuto il grande passo – fondare un partito politico distaccato dal PD -, molti sono stati infelici di questa scelta, mentre altri promuovono la seconda come la più saggia. Io sono tra questi ultimi.

Ho spesso definito Calenda come il ragazzo geniale che  vorrebbe cambiare il mondo; con grandi potenzialità, progetti e idee, che non perde il focus su un disegno di ampio respiro. L’ho odiato per questo stesso motivo, perché la sua forma mentis, che potrebbe essere realmente la luce della “sinistra” e della politica italiana, si limita altrettante volte a una zona di comfort. 

Il nuovo partito politico è quel passo avanti che doveva fare: il momento della maturazione. Ma Calenda diventerà realmente “l’uomo”, la reale speranza, o sarà solo l’ennesimo fuoco di paglia? 

La sinistra italiana ha avuto tantissimi fallimenti: da Civati a Grasso, da Orlando a Renzi, che hanno provato a realizzare il loro progetto senza grande successo. 

Per troppo tempo anche gli elettori sono rimasti nella loro zona di comfort, un po’ come Calenda. Ora è tempo di voltare pagina, accendere la luce e rischiare per amore della politica: cioè lottare per diritti, umanità e ideali. 

Credo che Calenda non sia l’unica figura capace di infondere speranza – grazie alla credibilità di chi non si è ancora “bruciato” -;  tuttavia, ammetto che il discorso con cui si è dimesso dalla direzione dal PD mi ha messo i brividi come pochi altri interventi.

Calenda è stato accusato ingiustamente di troppe cose, tra cui di non aver seguito l’indirizzo del proprio partito. 

Al contrario, credo sia stato l’unico a provare a tenere compatto il dem. 

Ora deve “solamente” mettere in pratica le sue ultime dichiarazioni e rischiare tutto, male che vada ripetendo quel che si diceva di Civati in un vecchio articolo: il più bel fallimento della sinistra italiana. 

Fallire è accettabile; è rinunciare agli ideali che finirebbe per consentire il riaffermarsi dell’odio.

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