Andrea Camilleri: quando uno scrittore diventa icona pop


Scrivo perché non so fare altro, scrivo perché così mi ricordo di tutte le persone che ho amato, scrivo per restituire qualcosa di tutto quello che ho letto, scrivo perché mi piace raccontarmi storie, scrivo perché mi piace raccontare storie

di Francesca Aldrighi

Credo che ridurre la personalità multiforme di Andrea Camilleri a quella di romanziere sia un grave errore: sceneggiatore, regista, drammaturgo, docente, produttore televisivo, Camilleri è uno dei più versatili interpreti della cultura italiana degli ultimi decenni. 

Memorabile la sua carriera da regista di teatro (ha diretto quasi un centinaio di regie teatrali), così come la sua collaborazione con la Rai alla fine degli anni ’50. Ad ogni modo, la definizione che preferisce per se stesso è quella di contastorie: incapace di cantarle, ma indubbiamente abilissimo e desideroso di narrarle.

Lo scorso 17 luglio, lo scrittore siciliano ci ha lasciato, creando un incolmabile vuoto nel panorama editoriale italiano e internazionale. Possiamo attribuirgli più di 100 romanzi, tradotti in 35 lingue, ultima delle quali il coreano. Ma tutto questo, forse, lo sappiamo già.

Quello su cui possiamo riflettere è, allora, l’approdo di Camilleri a vera e propria icona pop. Negli anni, l’immagine che ci ha restituito Fiorello con la sua imitazione (la voce roca, le troppe sigarette) ha strappato sicuramente un sorriso, ma di Camilleri non potranno che mancarci, prima di tutto, la sua proverbiale intelligenza politica e la sua capacità di analizzare la contemporaneità ricordandosi della Storia (in una delle sue ultime dichiarazioni, per esempio, ha messo in evidenza un certo parallelismo tra il consenso popolare nei confronti di Matteo Salvini e quello riservato a Mussolini).

Questa profondità di pensiero è ciò che ha permesso anche ai suoi personaggi di salvarsi dal rischio di ridursi a poco più che stereotipi. Tra le creature di Camilleri più note e apprezzate dal pubblico di lettori (e telespettatori) ricordiamo, ovviamente, il Commissario Salvo Montalbano, la cui fama è cresciuta senza sosta dalla pubblicazione del primo romanzo, La forma dell’acqua (1994). Sul piccolo schermo il Commissario Montalbano, il cui nome è stato scelto da Camilleri in onore del giallista Manuel Vázquez Montalbán, appare per la prima volta agli inizi degli anni Duemila, interpretato da Luca Zingaretti, e conquista in breve tempo la simpatia di buona parte degli italiani.

Il rapporto tra la creatura e il suo creatore è stato un’altalena di odio e amore. Come racconta Camilleri in un’intervista rilasciata alla trasmissione di Rai5 Terza Pagina, nella puntata del 24 maggio 2019, Montalbano è nato casualmente, come una sorta di compito che lo scrittore si è prefissato di portare a termine provando a ingabbiare se stesso negli stringenti meccanismi causa-effetto del romanzo poliziesco, dove ogni dettaglio deve logicamente trovare la propria corrispondenza con il tutto. 

Dopo Il cane di terracotta, secondo romanzo giallo del nostro autore, Camilleri è deciso ad abbandonare per sempre il proprio personaggio, gratificato dall’aspetto che aveva compiutamente assunto. Ma la sua editrice, Elvira Sellerio, visto il successo dei primi due romanzi, insiste per la realizzazione di una serie. Da quel momento, per nostra fortuna, Salvo Montalbano si è trasformato in una sorta di parente scomodo di cui Camilleri non è più riuscito a liberarsi, tanto da contribuire a rendere il romanzo poliziesco uno dei generi editoriali di maggior successo in Italia.

Montalbano abita una Sicilia immaginaria, ma così vera e immediata da sembrare reale; una Sicilia assolata, ruvida e piena di contraddizioni, ma ricca di umanità e di vita. Sui luoghi di Montalbano, quelli che la serie televisiva ha scelto di visualizzare nelle bellezze della provincia di Ragusa, si può assistere a veri e propri pellegrinaggi di ammiratori, curiosi o semplicemente turisti, che non possono esimersi da una visita a quelli che ormai sono diventati, appunto, spazi iconici. 

Il Commissario più amato dagli italiani è diventato un fenomeno di massa, ma senza che le sue storie abbiano perso nel tempo la sincerità che le caratterizza. Forse, una parte del successo di questo personaggio è proprio la luce che lo circonda e che da lui si dipana. Montalbano porta avanti le sue indagini all’aria aperta, immerso nei paesaggi aspri, ma luminosissimi della sua terra e non sa stare senza il suo adorato mare. Ma, soprattutto, è animato da una pietas che gli permette di andare oltre le apparenze. Non si lascia imbrigliare dalle maglie del potere, non accetta compromessi, non si sottomette alle logiche della malavita, né tantomeno al servilismo spesso riservato alle alte gerarchie. Montalbano è un personaggio autentico e questo lo rende così vicino al suo affezionato pubblico.

Intorno al suo Commissario, Camilleri ha creato anche una lingua, il vigatese, un pastiche di gaddiana memoria che mescola dialetto, riferimenti letterari, fantasie linguistiche e neologismi, una lingua che sembra siciliano, ma non sempre lo è. Un linguaggio straniante quello dei romanzi di Camilleri, con il quale però si impara presto a convivere e che facilmente si interiorizza, fino a che non diventa la melodia perfetta per accompagnare le storie dell’autore, una musica a cui non si può più rinunciare.

Al di là di Montalbano e dei romanzi gialli, che tipo di scrittore è Camilleri? 

I suoi libri spaziano dall’arte alla storia. Ricordiamo, tra gli altri, Un filo di fumo, pubblicato per la prima volta da Garzanti nel 1980; Dentro il labirinto (Skira, 2012) sulla misteriosa morte dell’intellettuale Edoardo Persico; oppure l’originalissimo romanzo La Vucciria (Skira, 2011) che intreccia, nella descrizione del celebre dipinto di Renato Guttuso, le vicende di clienti e venditori del mercato palermitano.

Andrea Camilleri, con la sua indubbia capacità comunicativa, si presenta ai nostri occhi come un intellettuale transmediale che ha attraversato i media postmoderni conservando tuttavia uno sguardo lucido, onesto e sicuramente autoironico

Icona pop, appunto, che si presta volentieri persino alla propria “consacrazione” su Topolino, con le avventure di Topalbano.

In attesa del suo ultimo romanzo, scritto anni fa e consegnato a Sellerio con l’obbligo di pubblicarlo soltanto dopo la sua morte, proprio perché rappresenterà l’uscita di scena del Commissario Montalbano, potremmo salutare l’estate ormai agli sgoccioli immergendoci nelle onde del mare di Sicilia insieme alla sirena protagonista di Maruzza Musumeci (Sellerio, 2007). 

Ormai quasi privo della vista, nel suo ultimo lavoro teatrale Camilleri ha interpretato Tiresia, l’indovino cieco del mito classico, andando così a riscoprire in prima persona la potenza della narrazione orale, che proprio nella nota conclusiva del romanzo sulla sirena Maruzza celebra in maniera acutissima:

Mi sono voluto raccontare una favola. Perché, in parte, la storia del viddrano che si maritò con una sirena me l’aveva già narrata, quand’ero bambino, Minicu, il più fantasioso dei contadini che travagliavano nella terra di mio nonno. Minicu mi raccomandava spesso di chiudere gli occhi “pi vidiri le cosi fatate”, quelle che normalmente, con gli occhi aperti, non è possibile vedere

Perciò grazie, Maestro, perché con la tua scrittura hai reso anche noi partecipi delle cose fatate.

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