Adolescenti in crisi e teen bands, una storia nota


adolescenti teen bands Postiamo

di Michela Nessi

Parliamo di qualcosa che, diciamolo, è sempre stato attuale e forse sempre lo sarà.
In quanti vi sentivate costantemente fuori posto durante l’adolescenza? Poco attraenti, poco interessanti, e vattelapesca? Oppure dei tipi che si notavano pure, ma perché stonati rispetto alla linea melodica del coro? 

La maggior parte di coloro che hanno vissuto questa fase, nella mia esperienza, si è riscattata durante la giovinezza, ottenendo talvolta risultati molto migliori di coloro che durante gli anni dagli undici ai diciotto erano la batteria che dava ritmo alla popolarità. E, andiamo, è una fase che in molti abbiamo passato.
Non a caso, l’adolescente che non avverte nessun coetaneo come suo simile, né si sente supportato dai consanguinei, fino a essere estraneo persino a se stesso, è un tema che ha occupato nelle lyrics l’inchiostro di molti spartiti. Era un must nel panorama grunge degli anni ‘90, da Kurt Cobain alla magistrale narrazione concept con Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins.

Ma lasciamo stare i giganti e andiamo sulle canzonette. 

Gli anni ‘90 avevano appena lasciato il posto al nuovo millennio. Il loro strascico si faceva inevitabilmente ancora sentire. Parliamo di teen pop-rock. Teen, appunto. L’alienazione adolescenziale era un fenomeno ancora alquanto comune – e sempre lo sarà. Cosa ci può essere di più facilmente catchy per coloro che la sperimentano di un gruppo pop-rock che arrivò al successo planetario producendo singoli palesemente rivolti ai ragazzi intorno a questo tema? Impersonandosi però negli adolescenti, contrariamente a Billie Corgan&friends, anche nei mezzi: lyrics direttissime, melodie ridotte all’osso, che si memorizzano subito.
I’m just a kid, and life is a nightmare, cantavano i Simple Plan nel 2002. No, you don’t know what is like… welcome to my life. Era il 2004. In queste semplici canzoni, i pochi ghirigori del messaggio, la sua crudezza elementare, divenivano come spesso il segreto del successo. Un messaggio assai banale, non per questo poco significativo: ragazzi, lo sappiamo quanto vi sentite fuori posto. È uno schifo, certo. Ma ci siamo noi a dirvi, nel modo più chiaro possibile, che non siete gli unici, che in molti se la passano come voi, talmente tanti che noi ci scriviamo pure canzoni sopra.

Beh certo, questo può essere molto consolatorio quando hai tredici anni. Davvero molto. Ma diciamo una cosa. Quanto diamine questa tendenza (i Simple Plan non erano certo i soli a usare certi parametri di espressione) della musica palesemente indirizzata agli adolescenti non era più nociva che altro? Quanto diavolo erano solipsistici i testi dei Simple Plan?

Il loro rivolgersi a ragazzi alienati, con il risultato di farli sentire meno soli, era basato su una contraddizione: perché, nonostante tutto, i testi più famosi dei Simple Plan erano (anche qui, con uno stile squisitamente teen) “prediche” su come nessuno al mondo fosse disperato come la voce narrante, su come nessuno potesse capire la voce narrante. Nessuno è sfigato quanto me, no, you don’t know what is like! Dunque, facevano sentire gli adolescenti meno soli, ma senza invitarli per questo ad aprirsi e a cercare un dialogo con i simili a loro, bensì persino sottilmente incoraggiandoli a isolarsi maggiormente, gettando benzina sul fuoco alla convinzione tutta puberale del “tanto nessuno mi capisce”.

Perché invece non provare a dire agli adolescenti che davvero non sono soli? Che davvero quel periodo orribile che in molti passano non dura per sempre? Che dopo di quello tutto, quasi sempre, sarà in discesa dal punto di vista intrapersonale?

You don’t know what is like, un paio di palle. We know what is like. In molti lo abbiamo saputo, e lo ricordiamo. In moltissimi. Welcome to my life, certo. Ma non è solo la vostra, di life. Sappiatelo sempre, che quando vi sentite diversi da tutti, il mondo è in realtà pieno di quelli come voi, e un giorno li incontrerete uno ad uno. Per una volta, tendete la mano agli adolescenti, non per farli crogiolare maggiormente nella loro solitudine, ma per illustrare loro il futuro con più lucidità.

Solo due parole, ragazzi: nel bene e nel male, pànta rèi.

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